Oggi 18 maggio è la Giornata Internazionale dei Musei 2026. Il tema scelto dall'ICOM è "Musei che uniscono un mondo diviso". eventi in tutta italia.
Il 18 maggio in oltre 150 paesi i musei aprono le porte con un tema che quest'anno suona come una diagnosi del presente: costruire ponti in un mondo sempre più frammentato.
[di Mina Jane]
Oggi, 18 maggio, in oltre 150 paesi del mondo i musei aprono le porte in modo straordinario. Non è una promozione commerciale. Non è una campagna di comunicazione. È una domanda collettiva che l'ICOM — il Consiglio Internazionale dei Musei, fondato nel 1946, pone ogni anno al mondo: a cosa servono i musei? E soprattutto: a chi?
La risposta, quest'anno, è contenuta nel tema scelto per l'edizione 2026 della Giornata Internazionale dei Musei: Musei che uniscono un mondo diviso. Parole che in un altro momento storico avrebbero potuto suonare come un auspicio retorico, un'aspirazione generosa ma vaga. Oggi suonano come una diagnosi. Il mondo è diviso, tra generazioni, tra culture, tra narrazioni incompatibili della stessa realtà e i musei vengono chiamati a fare qualcosa a riguardo. A essere non solo custodi del passato, ma costruttori attivi di senso condiviso.
Vale la pena fermarsi su questa ambizione, perché non è scontata. Il museo novecentesco era un'istituzione della separazione: separava il capolavoro dalla vita quotidiana, l'esperto dal profano, il centro dalla periferia. La teca di vetro era anche una teca sociale. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. I musei hanno cominciato ad aprirsi, fisicamente, linguisticamente, culturalmente e il percorso è ancora in corso, contraddittorio e non lineare. Il tema scelto dall'ICOM per il 2026 è anche un bilancio di questo percorso, che coincide con l'ottantesimo anniversario dell'organizzazione. Ottant'anni di lavoro sulla domanda fondamentale: cos'è un museo, per chi esiste, cosa deve fare.
La risposta più onesta che il mondo museale sia riuscito a dare è questa: un museo è uno spazio pubblico affidabile. Non neutrale, nessuno spazio culturale è neutrale, ma affidabile. Un luogo in cui le differenze possono essere portate dentro senza che qualcuno debba scomparire. Dove la storia di una comunità può stare accanto alla storia di un'altra senza che l'una annulli l'altra. Dove i conflitti, nei musei, nei depositi, nelle etichette delle opere, possono essere guardati in faccia invece di essere rimossi.
In Italia, oggi, questo significa aperture straordinarie in centinaia di istituzioni da Nord a Sud. A Roma la Sovrintendenza Capitolina propone un programma che attraversa la città come se fosse essa stessa un museo, il che, a pensarci, è esattamente quello che è: visite ai Musei Capitolini con percorsi tattili, un itinerario tra la street art della Garbatella, una visita al Teatro Argentina che custodisce al suo interno un piccolo museo spesso dimenticato, installazioni multimediali alla Galleria d'Arte Moderna. Dal 2026, per i residenti della Capitale, l'accesso ai musei comunali è gratuito tutto l'anno, una scelta politica che vale più di mille dichiarazioni d'intenti. A Milano aperture straordinarie in tutti i musei civici, dal Museo del Novecento al Castello Sforzesco, con visite guidate tematiche e laboratori. A Firenze il Museo Galileo organizza alle 15.30 la visita guidata Sotto lo stesso cielo, dedicata alla scienza come linguaggio universale, con modelli tattili per non vedenti, un'idea che traduce letteralmente il tema dell'ICOM in pratica museale concreta. A Bologna, cinquantaquattro musei e spazi culturali aderiscono con ottanta appuntamenti e ingresso gratuito o simbolico in quattordici comuni. Nella stessa città, il Museo Ebraico apre con ingresso libero fino alle 19.30, proponendo tra le altre cose la mostra Gerarchi in fuga, un'indagine documentaria sui percorsi di fuga dei nazisti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un museo che unisce. Attraverso la memoria che divide.
Vale la pena segnalare anche un appuntamento insolito: oggi il Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo apre per la prima volta al pubblico ambienti solitamente inaccessibili, la Sala del Biliardo, la Sala della Televisione, la Sala della Musica. Gli spazi privati dove i papi si riposavano. L'intimità come patrimonio. L'idea che anche il privato, quando appartiene alla storia collettiva, meriti di essere visto.
E poi c'è la Notte Europea dei Musei, che quest'anno cade sabato 23 maggio: aperture serali straordinarie fino alle due di notte, ingresso a un euro simbolico, in tutta Europa. Un appuntamento che dal 2005, quando fu ideato dal Ministero della Cultura francese, è diventato uno dei momenti più frequentati del calendario culturale europeo. Un museo di notte è un'altra cosa. La luce cambia. Il pubblico cambia. Cambia anche il rapporto tra l'opera e chi la guarda.
Il tema Musei che uniscono un mondo diviso non è una promessa. È un programma di lavoro. I musei non possono guarire le fratture politiche, non possono fermare le guerre, non possono da soli redistribuire il potere culturale in modo più equo. Ma possono fare una cosa che poche altre istituzioni sanno fare: tenere aperta la conversazione. Offrire uno spazio in cui persone che non si parlerebbero mai si trovano a stare davanti alla stessa cosa, un'opera, un oggetto, una storia e a doverla guardare insieme.
In un'epoca in cui ogni piattaforma digitale è progettata per mostrarci solo ciò che già pensiamo, c'è qualcosa di quasi radicale nell'idea di un luogo fisico dove non puoi scegliere cosa ignorare. Dove la distanza tra te e l'altro diventa gestibile, perché c'è qualcosa in mezzo, qualcosa di bello, o di antico, o di doloroso, che vi costringe a condividere almeno l'attenzione.
È poco. È moltissimo.
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