Caprilegio di Margherita Laterza: Capri, una rifugiata ebrea e dieci anni di memoria

Margherita Laterza presenta Caprilegio all'Azzurro Scipioni: memoria, esilio e identità nel documentario premiato al Bif&st 2026.

Una bisnonna ebrea in fuga dal nazismo, un libro di dediche tra la polvere e un'isola che è anche precipizio. L'incontro con Margherita Laterza al Cinema Azzurro Scipioni di Roma.

[di Massimo Righetti]

caprilegio- curzio malaparte

Margherita Laterza porta il nome di sua bisnonna adottiva. Fino a dieci anni fa ne sapeva quasi niente. Da quel niente viene Caprilegio, sessantotto minuti, dieci anni di lavoro, Premio Miglior Regia al Bif&st 2026.

Venerdì sera all'Azzurro Scipioni, prima proiezione di Caprilegio. Un pubblico attento e partecipe.

Caprilegio è il primo documentario diretto da Laterza, attrice diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, conosciuta per il teatro, per la televisione, per Il terzo tempo di Enrico Maria Artale, Premio Pasinetti Speciale come opera prima alla 70ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Al Bif&st 2026 ha vinto il Premio per la Miglior Regia nella sezione Per il Cinema Italiano, condiviso con Rosa Maietta, co-regista e montatrice. L'Azzurro Scipioni ospita le proiezioni romane del film: sabato 30 maggio alle ore 15:00 e domenica 31 maggio alle ore 21:00.

Caprilegio: memoria, esilio e la Capri che non si vede dalle cartoline

Margarete Bielschovsky - caprilegio

Tutto comincia con una libreria impolverata che nessuno apriva da anni. Quando la nonna Carmelina scompare, Margherita Laterza ci mette le mani dentro e quello che trova cambia tutto. Da quella scoperta nasce una ricerca decennale che porta alla figura di Margarete Bielschovsky, donna ebrea tedesca fuggita dalla Germania nazista negli anni Trenta dopo aver perso marito e figlio, arrivata a Capri dove costruisce Villa La Gioia e ne fa un luogo di incontro per artisti, intellettuali e outsider.

Laterza la chiama "l'antesignana della resilienza". Poi precisa, sorridendo, che in realtà quello che Margarete ha trovato nel Sud è qualcosa di profondamente partenopeo: "la capacità di scherzare, giocare, danzare, cantare, tutto, anche le tragedie". Sull'isola veniva chiamata "la tedesca". Non ha mai smesso di esserlo, in un certo senso. Eppure è rimasta.

Il film mescola materiali d'archivio, interviste, sequenze di animazione, immagini oniriche e la musica della stessa Laterza, in uscita il 5 giugno come EP sotto lo pseudonimo SYRENE. Capri, in Caprilegio, non è quella delle cartoline: è un posto con gli strapiombi, con i suicidi, con le contraddizioni di una comunità che accoglieva i forestieri e insieme li teneva a distanza. Un posto che tedeschi e americani, durante la guerra, decisero di non bombardare, la bellezza come salvacondotto. 

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Il libro degli ospiti, Malaparte e la libreria di nonna

Il punto di partenza, racconta Laterza, è quella libreria. "La prima cosa che ho tirato fuori era il libro degli ospiti di Villa La Gioia, la cui prima dedica era quella di Curzio Malaparte. Ho avuto un tuffo al cuore, perché non sapevo nulla: avevo dei vaghi racconti di mia nonna sul fatto che Malaparte fosse passato da quella casa, ma non sapevo che esistesse un libro in cui gli ospiti avevano lasciato delle dediche. Ho trovato dediche di tutti i tipi, in tutte le lingue. E ho avuto subito la percezione che ci fosse una vita incredibile di cui, in realtà, sapevo poco. Mia nonna mi ha sempre parlato moltissimo di Margherete, ma non è mai entrata nei particolari. Per cui da lì, cioè da dieci anni fa, fino ad oggi ci sono state ricerche di vario tipo e anche varie vicende."

La ricerca ha portato in superficie anche i diari di Margarete: li teneva già quando aveva poco più di vent'anni, negli anni Venti, e contengono, dice Laterza, "delle riflessioni incredibili". Una persona liberissima, che aveva fatto scelte molto coraggiose in un contesto storico che di libertà ne concedeva poca. "Spero di ispirarmi alla sua forza tutta la vita" dice.

Laura Samani, collega del Centro Sperimentale, incontrata al Bif&st, le aveva detto che dietro ogni piccolo film c'è sempre "una vicenda tortuosissima". In questo caso: le prime interviste girate dieci anni fa e poi abbandonate perché incompatibili con il film che il film era diventato; il primo produttore trovato, le difficoltà produttive, poi il salto decisivo nell'ultimo anno quando, insieme a Rosa Maietta, hanno rimesso insieme tutti i pezzi. Per la parte visiva legata alla sua ricerca, Laterza ha scelto di rimettere in scena quello che le era capitato dieci anni prima, riaprire la libreria, ritrovare le cose, restituendo al film non il ricordo, ma il gesto del ricordo.

Ricerca di identità, il bianco e il rosso sul precipizio

caprilegio- poster ufficiale

Una delle osservazioni più acute della serata riguarda proprio questo: il film sembra più un percorso personale di Laterza che la biografia di Margarete. Come se volesse arrivare a spiegare se stessa più che la propria famiglia. Laterza non si sottrae. "Penso tu abbia intercettato giustamente una mia ricerca di identità" ammette. "Io sono sempre stata molto legata a mia nonna, a quella parte di famiglia, a Capri, perché ci ritrovo qualcosa che per me è molto importante: la magia intesa come il non accontentarsi di quello che vediamo, ma nel sentire che c'è sempre qualcosa di più. E quella Capri che mi raccontava mia nonna, in cui c'erano identità diversissime, per me è sempre stato uno specchio di una libertà che io cerco nella mia vita."

I colori nel film seguono un arco preciso. Per quasi tutto il film Laterza è vestita di bianco, poi verso la fine, avvicinandosi al precipizio, indossa il nero e il rosso. Era un caso? "È un caso che si è incontrato con un'esigenza" risponde lei. "Per quasi tutto il film io ripercorro un sogno, quello delle storie che mi raccontava mia nonna. Poi questo sogno piano piano diventa sempre più concreto. Verso la fine scopro che Margarete aveva perso anche il figlio. Come dire: c'è un'elaborazione del lutto. C'è una parte in cui è come se io vivessi anche un po' quello che viveva lei, col matrimonio, con quella parte più spensierata della sua vita. E poi si torna alla realtà, alla scoperta di quella perdita. E anche per me alla realtà di lasciare andare mia nonna."

La Capri verticale, il Romanticismo e gli yacht

Una spettatrice chiede del titolo, un neologismo che porta dentro il sortilegio, l'incanto, forse un piccolo sacrilegio, dice. "Esatto, qualcuno ci legge sacrilegio" risponde Laterza, "e attualmente, a Capri, un pochino va bene così." Un sorriso breve. 

"Capri è anche l'isola dei suicidi" dice Laterza, senza abbassare la voce. "Io ho cercato di rendere questa verticalità: mentre giravamo, la co-regista mi diceva "Margherita, dove vai? Stai attenta". Ho una confidenza con quegli strapiombi. Fortunatamente il direttore della fotografia era abbastanza matto come me, quindi mi seguiva. Però io volevo rendere questa cosa: è bella, sì, ma è anche inquietante. Non necessariamente in positivo."

È un'attrazione verso il vuoto. E Laterza porta il discorso verso una Capri ottocentesca che oggi esiste solo nei libri: "Nell'Ottocento Capri è stata una delle capitali del romanticismo, non a caso. Lo Sturm und Drang, secondo me, a Capri si sente ancora: la possibilità di esprimere il proprio dolore. Una persona con un bagaglio emotivo così pesante come quello che aveva Margarete non può andare in una discoteca e ballare, ridendo e basta. Ha bisogno di estasi. Ha bisogno di un luogo che abbia anche quello."

Quel luogo esiste ancora, assicura Laterza. "Da essere l'isola della diversità è diventata l'isola di un certo conformismo, purtroppo. Ma basta camminare. Basta faticare. Io giro a luglio, mi inerpico dove vado di solito, e lì non c'è nessuno e si percepisce di nuovo la Capri di un tempo. Fortunatamente è un'isola molto faticosa." Come tutte le cose che valgono qualcosa, verrebbe da dire.

Un'altra cosa che Capri sa fare, e che il film restituisce con precisione, è assorbire le energie di chi ci è passato. "È un teatro" dice Laterza. "Come quando entri in un teatro avverti le energie che ci sono state. Non è come entrare su un set cinematografico, che è una cosa molto più neutra. In un teatro si assorbe tutto. E lì, per quanto possano fare di tutto, io sento ancora tutto quello che c'è stato."

Animazione, musica e il montaggio che nasce da un dialogo

Una domanda sulle scelte formali apre uno dei passaggi più interessanti della serata. Il film usa archivio, interviste, rimesse in scena, sequenze di animazione, lenti anamorfiche. Perché l'animazione? La risposta di Laterza ha due parti. La prima è pratica: per certi personaggi eccentrici dell'epoca,  figure che erano il genius loci dell'isola tra le due guerre, esiste a malapena una fotografia. Non c'è archivio filmato. L'animazione è l'unico linguaggio disponibile. La seconda ragione è poetica: "Volevo portare nella dimensione di sogno dell'isola, quella che sento quando penso alla Capri che mi raccontava mia nonna."

La musica, composta in pandemia, dopo le prime riprese, ha percorso una traiettoria parallela al film, poi si è intrecciata a lui in modo organico. "Il film è stato montato con la musica perché già esisteva: la musica ha influenzato il montaggio, e il montaggio ha influenzato la musica." Un dialogo invece di una gerarchia. Stessa cosa vale per la co-regia con Rosa Maietta: non una divisione di compiti, ma un confronto continuo tra chi portava dentro la storia e chi la guardava da fuori.

«Non potevo non pensare a Gaza»

Verso la fine della serata, è Laterza stessa a spostare il fuoco su qualcosa di più largo. La scena di Peppino Di Capri bambino, quello che guarda Napoli in fiamme e ne fa una festa, viene definita disturbante dal pubblico. "È un'immagine potente proprio perché è disturbante" conferma Laterza. "Richiama quello che stiamo vivendo noi." E poi, senza essere sollecitata: "Io ho montato questo film insieme a Rosa mentre vedevo le immagini del genocidio a Gaza. Non potevo non pensare a quello che sta succedendo adesso. Non ci potevo proprio non pensare."

Una spettatrice le dice che è riuscita a tenerlo dentro, tutto questo, con molta grazia. "Sì" risponde Margherita Laterza. Sa quello che ha fatto.

Dieci anni dalla morte di sua nonna, gli stessi dieci anni del film. "Ci leggo tantissimo" dice. È la frase più precisa della serata. Nel tono non c'è compiacimento. Solo la soddisfazione di chi ha finito un lavoro difficile e sa che ne valeva la pena.

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