Con Antartica – Quasi una fiaba, Lucia Calamaro porta al cinema la sua scrittura teatrale. Tra Silvio Orlando, Barbara Ronchi e una critica spaccata.
Antartica, ovvero quando il teatro entra al cinema (e fa rumore).
[di Alex M. Salgado]
«I mondi del teatro e del cinema non dialogano». Lo dice Silvio Orlando con una nettezza che non lascia margini. Conferenza stampa al 17° Bif&st di Bari, fine marzo 2026. Accanto a lui c'è Lucia Calamaro, drammaturga, tre Premi Ubu in bacheca, una delle voci più importanti del teatro italiano degli ultimi vent'anni. Ha appena finito il suo primo film. Si chiama Antartica – Quasi una fiaba. È nelle sale dal 7 maggio.
Orlando con Calamaro a teatro ha già lavorato in Si nota all'imbrunire e quasi se ne rammarica: «Le prime parole di Lucia al cinema le volevo dire io!». Esclamazione affettuosa, ma che dice tutto. Teatro e cinema in Italia restano due mondi separati. E Calamaro, ora, prova ad attraversarli.
Perché il punto è esattamente questo. Una drammaturga che da quindici anni scrive teatro denso, ipertrofico, monologante, quella lingua che la critica ha imparato a chiamare calamaresca, entra al cinema italiano portandosi dietro tutto. La parola. Il pensiero. L'idea che il dialogo possa essere anche una digressione filosofica, che un personaggio possa parlare a lungo senza che l'azione si fermi. È un esperimento serio. Funziona o non funziona? Dipende da chi guarda. E qui le cose si fanno interessanti.
Una base scientifica nel cuore del ghiaccio
C'è una stazione italiana, e si chiama Sidera. È isolata otto mesi l'anno nel cuore dell'Antartide. Dentro, una piccola comunità di ricercatori fa quello che fanno gli scienziati: misura, osserva, aspetta. Il capomissione è il veterano Fulvio Cadorna (Orlando). Arriva una delfina, Maria Medri (Barbara Ronchi), criogenetista geniale e cocciuta. Trova un rotifero rimasto in criostasi per ventiquattromila anni in una carota di ghiaccio. Lo riporta in vita. E nel frattempo i fondi pubblici per la ricerca rischiano di essere intercettati da una corporation privata. Tutto ciò che era certo, il ghiaccio eterno, la stabilità della comunità scientifica, il finanziamento della conoscenza, diventa, di colpo, precario.
Calamaro lo dice meglio di chiunque altro: «Ho fatto la transiberiana [...]. Mi sono messa a studiare ed ho scoperto che il permafrost si stava sciogliendo e l'architettura lentamente franando. [...] Allora ho pensato che il ghiaccio è, effettivamente, una macchina del tempo». Da lì è nato tutto. E il rotifero non è invenzione poetica: nel 2021 alcuni ricercatori russi hanno effettivamente riportato in vita un rotifero bdelloideo dopo migliaia di anni di criptobiosi nel permafrost siberiano. Calamaro ha letto la notizia. L'ha tenuta da parte. L'ha trasformata in un film.
La frattura italiana che nessuno racconta
Ma il film è solo il sintomo. La diagnosi è quella di Orlando. In Italia il teatro e il cinema si parlano poco. Si attraversano ancora meno. È un dato che ha radici lunghe: basta pensare a quante volte gli interpreti migliori della scena italiana sono passati al cinema, mentre quasi mai lo hanno fatto i drammaturghi e i registi teatrali. Eduardo, Strehler, Ronconi: episodi sporadici, eccezioni in mezzo a un'indifferenza reciproca.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Stefano Massini ha firmato testi per il cinema, Fausto Paravidino ha esordito dietro la macchina da presa, Davide Enia ha portato il suo Italia‑Brasile 3 a 2 sullo schermo. Ma erano quasi sempre uomini, e quasi sempre con la mediazione di un regista esterno.
Calamaro fa qualcosa di diverso. Scrive, dirige, sceglie il cast, prende la responsabilità integrale del film. E lo fa con i due attori, Orlando e Ronchi, più adatti a portare una scrittura teatrale dentro un'inquadratura cinematografica. La scommessa è seria. Non è teatro filmato. Non è un esperimento d'avanguardia. È cinema italiano diverso: ambiziosissimo, e, come l'Antartide dove è ambientato, lontanissimo dalle abitudini di un certo cinema nostrano confinato in spazi e argomenti angusti.
Critica polarizzata, ed è giusto così
Non tutti sono d'accordo. Una parte della critica ha salutato il film come uno degli esordi italiani più sorprendenti degli ultimi anni, paragonandolo a quel formidabile rotifero alieno scoperto fra i ghiacci. Si è parlato di pioneristico film "solar punk", di tentativo originale di cambiare i paradigmi di un certo cinema italiano, di opera che ha il coraggio di parlare di scienza, ricerca, criptobiosi e privatizzazione del sapere senza vergognarsi.
Dall'altra parte, le stroncature non si sono fatte attendere. Qualcuno ha scritto che il film, come il suo rotifero, resta ibernato, e che i pur bravissimi Orlando, Ronchi e Bellè non bastano a disgelarlo. Altri hanno parlato di un eccesso di metafore, di personaggi che recitano visibilmente troppo, di una scrittura più forte sulla pagina che sull'immagine.
Le due posizioni non sono inconciliabili. Sono lo specchio dello stesso problema. Quando una scrittura teatrale entra al cinema con tutto il suo carico, la densità verbale, il monologo, l'idea che il pensiero abbia bisogno di tempo per dirsi, qualcosa si guadagna e qualcosa si perde. Si guadagna l'ambizione, la stratificazione, la possibilità che un film italiano osi. Si perde, secondo i detrattori, la pulizia dell'inquadratura, il ritmo, l'economia del gesto cinematografico. È un trade‑off vero. Non è un giudizio.
Una dichiarazione d'amore al tempo
Calamaro lo sa. Lo dice, nella stessa conferenza stampa di Bari: «Al cinema c'è una squadra, un'umanità infinita che lavora per il film che si sta realizzando, e quindi per me è stato davvero un sollievo non sentirmi l'unica a tirare il carro [...]. E poi trovo bellissimo che al cinema le cose restino. Il teatro è effimero: lo fai e poi muore». L'osservazione è bellissima e dice tutto. Per chi viene dal teatro, il cinema è prima di tutto memoria. Una forma che non sparisce. Una rivincita sul tempo. Ed è proprio di questo che parla Antartica: il ghiaccio, il rotifero, la possibilità che qualcosa, un'idea, una vita, un film, rimanga.
Barbara Ronchi, che del film è il motore segreto, lo conferma: «Avevo proprio voglia di lavorare con lei. Poi quando ho letto la sceneggiatura ed era così originale, diversa, toccava dei temi alti, devo dire che mi ha subito entusiasmato. [...] Assistere a un'opera prima, alla realizzazione di un'opera prima, è un momento secondo me che crea un po' un imprinting tra attore e regista». L'imprinting si vede. Ronchi tiene il film sulle spalle con una compostezza che mette d'accordo persino i critici più severi.
Poi c'è la sala. E la sala dice un'altra cosa
Weekend del 9‑10 maggio 2026. Primo fine settimana di programmazione. Antartica – Quasi una fiaba (Vision/Universal) incassa circa 70 mila euro in 90 sale. Nona posizione nella classifica Cinetel. Davanti, Il diavolo veste Prada 2 macina milioni. Persino il film‑concerto di Billie Eilish diretto da James Cameron lo supera di parecchio.
È un dato. È solo un dato, il primo weekend, prima del passaparola, se mai ci sarà. Ma è anche una fotografia, e dice qualcosa che vale la pena guardare in faccia. Un esordio italiano che porta con sé tre Premi Ubu, un cast di prima fascia, una distribuzione importante e fatica a riempire novanta sale al primo fine settimana, con una media per copia inferiore ai mille euro. Significa che il sistema non sa dove metterlo. Che il pubblico non sa cosa aspettarsi. Che il dialogo fra teatro e cinema, almeno commercialmente, ancora non si è aperto.
Calamaro tutto questo lo sa. E lo dice con quella che lei stessa chiama una generale bonomia verso l'umano. È un'espressione che vale anche per il film. Antartica è imperfetto, è verboso, è ambizioso, è generoso. È un esperimento. È la prova che si può ancora fare cinema italiano partendo da una sceneggiatura intelligente, senza inseguire il modello che il mercato indica. Forse è proprio per questo che incassa circa 800 euro a sala. Forse è proprio per questo che varrebbe la pena vederlo.
Il rotifero, alla fine, è tornato in vita. Aveva migliaia di anni e un cuore che batteva ancora. La domanda, oggi, è se questo film, e il cinema italiano che gli somiglia, riuscirà a fare lo stesso.
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