Soprannominato "Vantoine" dalla troupe, Fuqua ha lasciato Michael prima dei reshoot da 50 milioni. E il film esplode al box office.
Antoine Fuqua si nascondeva dalla famiglia Jackson in un van. Poi se n'è andato. Intanto il film vola verso i 206 milioni nel primo weekend.
[di Massimo Righetti]
C'è un furgone, parcheggiato da qualche parte vicino al set. Dentro, un regista che osserva un monitor. Fuori, una famiglia molto protettiva, molto presente, molto preoccupata. Il regista non vuole vederla. Il regista non vuole essere visto. Il regista, in pratica, dirige il film da lì dentro. La troupe, che di nomignoli affettuosi se ne intende, lo battezza in fretta: Vantoine. Come un cattivo dei cartoni.
Il regista che si nascondeva nel van
Sembra una scena da commedia indipendente, e invece è la cronaca della lavorazione di Michael, il biopic da duecento milioni di dollari su Michael Jackson. Lo racconta Jeff Sneider su The Hot Mic. Antoine Fuqua, quello di Training Day, dell'Equalizer, avrebbe passato buona parte della produzione del 2024 a darsi alla macchia dentro un van per sfuggire al clan Jackson e ai suoi rappresentanti, descritti con un eufemismo magnifico come "abbastanza difficili da gestire". Tradotto: insopportabili.
"Dirige sempre così"
A questo punto la macchina della comunicazione fa quello che le riesce meglio. Gli uffici stampa di Fuqua, interpellati, hanno fatto sapere che il regista da sempre preferisce dirigere da un furgone. Da sempre. Sempre. È il suo metodo, è la sua poetica, è il suo Actor's Studio su quattro ruote. Andando a controllare, risulta vero esattamente solo una volta: durante The Guilty, novembre 2020, perché era in quarantena Covid. Una volta sola. Per ragioni mediche. In pandemia. Ma "da sempre", certo. Come Hitchcock nei cameo, Fuqua nei furgoni.
Fin qui la commedia. Poi cambia il tono.
Nel 2025, un anno prima dell'uscita del film, Vantoine ha lasciato la nave. L'ha lasciata proprio mentre Michael stava attraversando ventidue giorni di reshoot per cinquanta milioni di dollari, operazione che ha portato il budget a duecento milioni tondi. A guidare quei reshoot non era più Fuqua: era Graham King, il produttore. Lo stesso Graham King che già su Bohemian Rhapsody aveva dovuto mettersi dietro la macchina da presa quando Bryan Singer era prima sparito e poi era stato licenziato. Una specie di pompiere produttivo: arriva, spegne, dirige, va.
Il terzo atto fantasma
Perché c'era un terzo atto, in Michael. Esisteva. Era stato scritto, era stato pianificato, secondo le indiscrezioni era stato anche girato. Conteneva, dicono le fonti, le accuse di molestia su minori che hanno accompagnato Michael Jackson per gli ultimi quindici anni della sua vita. Conteneva le riprese del suo arresto. Conteneva, in altre parole, esattamente la metà oscura senza la quale qualunque biografia di Michael Jackson non è una biografia ma un videoclip lungo due ore.
Quel terzo atto non c'è più. È stato rimosso. Cancellato. Dissolto. Nessuno sa esattamente dove sia finito: se in una cassaforte degli studi Lionsgate, se in un hard disk in qualche ufficio, se più semplicemente in nessun posto, perché certe cose, una volta tolte dal montaggio, smettono di esistere. Il film che il pubblico sta vedendo in queste ore, quello da duecento milioni di dollari, è un film che si ferma poco prima di porsi le domande più scomode. Si ferma e va a casa.
E intanto Fuqua sarebbe rimasto attaccato al progetto in una sola veste: quella pubblica. Pagato, cioè, per "stare zitto e promuovere il film". Una frase che bisognerebbe rileggere lentamente. Pagato. Per stare zitto. E promuovere il film. Tre azioni che, messe insieme, raccontano un'industria intera.
La domanda resta sospesa: cosa c'era in quelle scene? Quanto erano dure? Quanto raccontavano? Perché si è scelto di toglierle proprio mentre Fuqua se ne andava o Fuqua se n'è andato proprio perché si è scelto di toglierle? È l'uovo o la gallina, è il regista o la famiglia. Le risposte, probabilmente, abitano da qualche parte sotto un accordo di riservatezza.
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E intanto, al botteghino
E poi succede la cosa più hollywoodiana che potesse succedere. Il pubblico ha risposto come se nulla fosse. Michael sta facendo letteralmente ballare il box office mondiale. 39 milioni e mezzo di dollari solo nel venerdì statunitense, un'apertura prevista tra i 95 e i 100 milioni in Nord America, 111 milioni dall'estero su ottantadue territori. Totale: oltre 206 milioni nel weekend d'esordio, secondo solo a Super Mario Galaxy in tutto il 2026. Per Lionsgate è il debutto più solido dai tempi di Hunger Games: Mockingjay Part 2, dieci anni fa. Per Vantoine, è di gran lunga il maggior successo della sua carriera: stacca di sessanta milioni il precedente record personale firmato Equalizer 2. Sessanta milioni. Praticamente, dirigere da un furgone funziona. Primo posto in 64 Paesi. In Italia, più di 6 milioni di euro previsti entro domenica. I bambini sotto i dodici anni lo trovano imperdibile, il che, considerato cosa è stato tagliato, suona vagamente paradossale.
Chi ha fatto Michael?
La domanda, allora, diventa quasi irresistibile: chi ha fatto Michael? Fuqua, che è andato via? King, che ha rifinito? Il montatore che ha cancellato il terzo atto e che adesso, presumibilmente, dorme con un occhio aperto? La famiglia Jackson, che vegliava dal set? Adam Fogelson di Lionsgate, che ha mandato in produzione il progetto mentre tutti gli altri studios scappavano dalla controversia come gatti dall'acqua?
La risposta, probabilmente, è: tutti e nessuno. È una di quelle pellicole in cui il prodotto finale è più grande di chiunque ci abbia messo le mani e i precedenti, da Il Padrino a Titanic, suggeriscono che le lavorazioni più tormentate siano spesso quelle che entrano nella storia. Il fatto curioso, qui, è che la storia ci entrerà già con un'ora di sé stessa lasciata in qualche cassetto. Un buco a forma di terzo atto. Un'assenza che, a ben vedere, è il vero protagonista del film.
E intanto il furgone, da qualche parte, è ancora lì. Parcheggiato. Vantoine è dentro. Fuori, qualcuno sta promuovendo il film al posto suo: sorride alle telecamere, firma autografi, posa con Jaafar Jackson sul red carpet. Lui no, lui resta dentro. Conta le banconote. Ogni tanto si ferma a pensare al terzo atto. Poi gli passa e ricomincia a contare.
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