Suicide Club di Sion Sono al cinema in Italia: recensione del cult che ha previsto i social vent'anni prima
Suicide Club di Sion Sono arriva al cinema in Italia dal 27 aprile. Un cult estremo che parla di noi, oggi, più di qualsiasi serie Netflix.
Dal 27 aprile il capolavoro cult del 2001 arriva per la prima volta nelle sale italiane grazie a Cat People. Una satira corrosiva sull'alienazione digitale che non ha mai smesso di avere ragione.
[di Massimo Righetti]
Un motivetto pop. J-pop, per la precisione. Zuccherino. Spensierato. Di quelli che ti si appiccicano al cervello come la pubblicità di un integratore vitaminico alle sei di mattina. E poi. E poi il fragore metallico di un treno. E le grida. E il sangue.
Io ho paura. Diciamolo subito, con l'onestà nuda di chi non ha proprio niente da difendere. Io, davanti al cinema horror, sono un codardo. Divento un tutt'uno con la tappezzeria della poltrona. Ho sviluppato, negli anni, una tecnica sopraffina: il "finto sbadiglio con la mano a ventaglio", che in realtà è uno scudo termico contro i demoni dello schermo. Una maschera di dignità adulta che nasconde pupille dilatate dal panico e un desiderio lancinante di chiamare mia madre. Funziona. Non benissimo, ma mi permette di arrivare ai titoli di coda senza essere rimosso dalla sala con il TSO.
Eppure, a partire dal 27 aprile, sarò lì, in prima fila, a fissare lo schermo. Perché grazie a Cat People arriva in Italia, per la prima volta in assoluto nelle nostre sale, un capolavoro estremo e imprescindibile: Suicide Club di Sion Sono. E io ho giurato a me stesso che guarderò. Tutto. Senza filtri. Senza scudi. Senza il mio fidato sbadiglio-salvavita.
Aggrappato ai braccioli come un naufrago. Cercando disperatamente di non battere il mio record olimpico di salto dalla poltrona con annesso urlo in falsetto. Di non morire di infarto al primo schizzo rosso. Di non emettere quel suono, sapete quale, quella specie di ultrasuono che sta a metà tra un rantolo e un "no no no" sussurrato compulsivamente che fa sembrare il vicino di posto un uomo fortunato per non essere me.
Il maestro ribelle che ha girato un horror senza autorizzazioni (e senza pietà)
Io, già solo a scrivere questa frase, sono corso in farmacia a ordinare un ansiolitico.
Ciò che segue è un'esplosione visiva di gore purissimo. Teste schiacciate. Membra tranciate. Imponenti geyser di sangue che tingono di rosso le candide piastrelle della stazione e bagnano letteralmente i volti attoniti e sporchi di viscere dei pendolari veri, atterriti. Un'orchestrazione di scempio anatomico firmata dal mago degli effetti speciali Yoshihiro Nishimura. Ma la genialità, la vera mostruosità che mi fa già sudare freddo, non è visiva. È sonora. Sion Sono sceglie di sommergere quel massacro e le grida di panico con una colonna sonora pop, una ritmica da videoclip musicale allegro. Una dissonanza cognitiva colossale che ti mette all'angolo. L'omicidio di massa si trasforma in bene di consumo, in uno spettacolo pop.
È come guardare il TG1 con le immagini della guerra in ucraina mentre suona Jingle Bells. Capisci subito che qualcosa non va. Non riesci a smettere di fissare lo schermo. Non riesci a capire cosa provi. E vorresti essere ovunque, tranne che nel tuo corpo.
Ma capite?
Non è un horror. È peggio.
Perché alla fine dei conti, non è la carne maciullata a terrorizzare davvero. Non è l'emoglobina che schizza sullo schermo a farmi stringere la poltrona. È che Suicide Club non è affatto un horror. È una satira corrosiva. E lo sapete cosa c'è di peggio di un film dell'orrore? Un film dell'orrore che ha ragione.
La radiografia della nostra anima fa molta, molta più paura di qualsiasi mostro.
Siamo nel 2001. Non esistono ancora Instagram, TikTok, i reels, le storie, i thread. Eppure Sion Sono aveva già capito tutto. Mentre noi stavamo ancora cercando di collegare il modem a 56k, lui aveva già scritto la diagnosi. E la diagnosi non è confortante.
L'indagine come specchio: i detective siamo noi
Nel film, i detective della polizia, l'ispettore Kuroda (Ryō Ishibashi) e il giovane Shibusawa (Akaji Maro), si disperano alla ricerca di un movente, di una traccia. Loro rappresentano noi adulti che tentiamo ostinatamente di imporre una griglia logica a un fenomeno che di logico non ha nulla. Noi che cerchiamo di curare un'emorragia dell'anima con un cerotto. Noi che facciamo riunioni sul disagio giovanile.
L'indagine è un labirinto di false piste. E cosa trovano? Rotoli di pelle umana. Spirali composte da lembi asportati dalle vittime e cuciti insieme con inquietante meticolosità che insieme al brano Jigsaw Puzzle di Dessret riflettono metaforicamente sulla disperata ricerca di un posto nel mondo ("il mondo è un puzzle, ci si inserisce da qualche parte"), evidenziando la rappresentazione materica di una società frammentata, le cui parti non trovano più un centro per incastrarsi. Il mio pezzo del puzzle, per dire, è sotto il divano da anni. Ma questo è un altro discorso.
Genesis: il cattivo sbagliato
E in questa frammentazione, emerge l'antagonista. Muneo "Genesis" Suzuki. Un mitomane disperato, incrociato tra Charles Manson e un cantante glam-rock. Si autoproclama orgogliosamente il burattinaio di internet. Ha una tana illuminata al neon, fa monologhi narcisistici, tortura le vittime con l'aria di chi si crede il villain di un fumetto Marvel. È, oggettivamente, il personaggio più sopra le righe del film. E Sion Sono lo usa come esca.
Perché la sua cattura non arresta minimamente l'epidemia di suicidi. Genesis è solo un simulacro, un effetto collaterale del nostro vuoto cosmico. Il male vero non ha la faccia eccentrica di un cattivo da fumetto. Il male vero è la pressione sociale soffocante, quella rigidità che non permette fallimenti e che ti fa percepire come una macchia sull'onore. Il male è quella domanda costante, martellante, che attraversa tutto il film: sei connesso con te stesso?
Non con il Wi-Fi. Con te.
Non con i follower. Con te.
Non con il gruppo, la tribù, la scolaresca. Con te.
Il 27 aprile sarò lì. E voi?
Il 27 aprile io sarò lì. Stringerò i denti e i braccioli, metterò via il telefono, non per senso civico, ma perché avrò bisogno di tutte e dieci le dita per aggrapparmi alla realtà e non scivolare sotto il sedile. Forse chiuderò gli occhi per una frazione di secondo. Va bene. Me lo sono già perdonato.
Ma non sobbalzerò per il sangue sulle piastrelle. Sobbalzerò perché, nel buio della sala, mi accorgerò che quella stazione sotterranea è il nostro presente. Che siamo tutti connessi, sì. Ma incredibilmente soli. E mentre cercherò di non urlare di terrore davanti allo splatter, aggrappato a un sedile, pregherò di trovare finalmente un pezzo del mio puzzle.
E se alla fine del film qualcuno si girasse verso di me e mi chiedesse "ti è piaciuto?", risponderò "Sì. Tantissimo. Anche se non dormirò per una settimana e avrò bisogno di una luce notturna a forma di unicorno.”
Perché è questo che fa il cinema, quando è grande davvero. Non ti fa stare bene. Ti fa stare sveglio.
---
Suicide Club
Titolo originale Jisatsu Sākuru
Anno 2002
Durata 99 min
Genere drammatico, orrore, thriller
Regia Sion Sono
Soggetto e Sceneggiatura Sion Sono
Casa di produzione For Peace Co. Ltd., Omega Project
Fotografia Kazuto Sato
Montaggio Masahiro Onaga
Musiche Tomoki Hasegawa
Interpreti e personaggi Ryō Ishibashi, Akaji Maro, Nagase Masatoshi, Saya Hagiwara, Hideo Sako, Rolly
Distribuzione Italiana Cat People
---
LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp.
È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.



COMMENTS