ciatunostro di Leandro Picarella: il racconto dell'evento all'Azzurro Scipioni tra cinema del reale, memoria e il legame con Linosa.
L’incontro con il regista dopo la proiezione romana svela la genesi di un film tra memoria archivistica, amicizia e l'elogio della lentezza.
[di Redazione]
Domenica 12 aprile, lo storico Cinema Azzurro Scipioni di Roma ha ospitato una proiezione speciale di Sciatunostro, seguita da un intenso dialogo tra il pubblico e il regista Leandro Picarella. In un luogo che Silvano Agosti ha consacrato alla difesa del cinema d'autore, l’incontro ha permesso di svelare la genesi profonda di un’opera che si muove tra la realtà documentaria e la vertigine poetica, confermando quanto il cinema possa ancora farsi custode del "diario dell'umanità". Osservare la reazione dei presenti alla fine della proiezione ha significato testimoniare la ricostituzione di un tessuto connettivo tra spettatore e immagine, un legame che Picarella coltiva attraverso una narrazione fondata sull’ascolto e sulla sospensione del giudizio.
La scintilla che ha dato vita al film è scoccata in un momento di forzata solitudine, durante i tre mesi trascorsi dal regista a Linosa nell'inverno della pandemia. È stato l’incontro con l’archivio privato di Pino Sorrentino a cambiare la direzione del progetto, inizialmente concepito su premesse del tutto differenti. Picarella ha raccontato come la visione di quei vecchi filmati amatoriali abbia generato un riconoscimento ancestrale: "Lì ho visto dei volti che io non conoscevo, ma che conoscevo perché erano uguali a quelli dei miei antenati, c'era qualcosa che mi apparteneva". Questa stratigrafia emotiva, composta da Super 8 e VHS, ha permesso di intrecciare il tempo della colonizzazione dell’isola con quello della risacca dell’occidente degli anni '90, creando un’opera che recupera la tradizione del cinema del reale di Roberto Rossellini e la lezione di Franco Piavoli, maestro del racconto dell’universo attraverso ciò che accade "dietro casa".
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Uno dei temi più toccanti emersi durante l'incontro è stata la scissione interiore dell'essere isolani, quel senso di appartenenza che si mescola alla necessità dell'abbandono. Picarella ha descritto la "Nivura", la terra nera di Linosa, come una metafora di una condizione esistenziale complessa: "È un po' una condanna essere isolani, sei sempre un po' scisso, hai questo amore ma poi stai lì venti giorni e impazzisci". Il film cattura quel paradosso sociale in cui la comunità stessa sprona i suoi figli a partire, a studiare altrove, pur restando ferocemente legata alla propria identità. Eppure, proprio in questa tensione, il cinema interviene come atto di riconciliazione.
Lo spirito poetico che attraversa l'opera trova il suo compimento ideale nel finale, accompagnato dalle note malinconiche e speranzose di Fiorella Mannoia. La canzone Il tempo non torna più sigilla l'esperienza emotiva del film, ricordandoci che, sebbene il tempo sia irreversibile e la separazione inevitabile, le immagini possiedono il potere magico di salvare i frammenti della vita dalla dispersione. L'atto di filmare, trasmesso da Pino al piccolo Giovannino, diventa così un passaggio di testimone etico: trasformare la perdita in un patrimonio collettivo da custodire con cura. Sciatunostro ci lascia con l'immagine di una comunità che finalmente si riconosce e si specchia nella propria anima, dimostrando che la vera ricchezza risiede nel respiro condiviso che chiamiamo umanità.
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