My Name Is Orson Welles: la grande mostra al Museo del Cinema di Torino dal 1° aprile 2026

My Name Is Orson Welles: la grande mostra al Museo del Cinema di Torino dal 1° aprile 2026. Film, archivi e un romanzo inedito.

Il labirinto di Orson: Torino celebra il genio che sfidò Hollywood

[di Alex M. Salgado]

Foto con dedica For all of you with much love Orson

Affrontare Orson Welles significa immergersi in un labirinto di specchi dove l'uomo e l'artista si confondono fino a diventare un'unica, ingombrante ossessione. Dal 1° aprile al 5 ottobre 2026, il Museo Nazionale del Cinema di Torino accetta la sfida ospitando alla Mole Antonelliana My Name Is Orson Welles, una mostra monumentale concepita dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud. Non aspettatevi la solita celebrazione polverosa: qui si scava nella carne di un artista totale che fu attore, scrittore, mago e, sopra ogni cosa, il più grande sabotatore delle regole costituite.

Autoritratto con sigaro_Disegno_s.d._ Collezioni personali di Welles e Kodar_Collezione Archivi di Stato-Šibenik, Croazia
L'allestimento si snoda lungo la spettacolare rampa elicoidale dell'Aula del Tempio, trasformandola in un percorso immersivo che conta oltre 400 pezzi, alcuni dei quali mai esposti prima d'ora, provenienti da collezioni pubbliche e private internazionali e dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema stesso. Tra fotografie di scena, documenti d'archivio e manifesti d'epoca, spiccano i disegni autografi di Welles, come il celebre autoritratto con sigaro, che rivelano una mano capace di tratteggiare il mondo con la stessa precisione con cui la sua cinepresa deformava la realtà. La mostra espone inoltre, per la prima volta, le tavole disegnate e colorate da Guido Crepax dedicate a La storia immortale, dai racconti di Karen Blixen messi in scena da Welles. La domanda che campeggia sul manifesto dell'esposizione suona quasi come un monito per i posteri: "Why are there so many of me and so few of you?" È in questa molteplicità che risiede il segreto di un autore che a venticinque anni aveva già reinventato il cinema con Quarto potere (Citizen Kane, 1941), pagando poi per tutta la vita il prezzo di una libertà creativa che gli studios non potevano né capire né domare.

Il percorso espositivo si articola in cinque aree tematiche cronologiche, 1915–1939 Wonder Boy; 1941 Quarto Potere; 1942 L'inizio dei guai; 1947–1968 Una star in Europa; 1969–1985 Un re senza regno, che scandiscono la salita lungo la rampa, accompagnate da grandi pannelli con i volti morfologicamente sempre diversi di uno stesso talento. Ma è già nell'Aula del Tempio che la mostra rivela il suo carattere visionario: tre schermi in tripolina sospesi a 18 metri di altezza esaltano la dimensione ipnotica della sequenza degli specchi da La signora di Shanghai, mentre un'installazione dedicata a Rosabella (Rosebud) immerge il visitatore nell'atmosfera di Quarto potere. Il coup de théâtre iniziale è affidato alla chapelle del Caffè Torino, trasformata nello studio radiofonico della RKO dal quale Welles, nel 1938, aveva terrorizzato l'America con la sua La guerra dei mondi.

Orson Welles e Rita Hayworth ne The Lady from Shanghai
Orson Welles e Rita Hayworth ne The Lady from Shanghai
Dal Fondo Welles conservato presso il Museo, che include il certificato di nascita, pagine di sceneggiatura con commenti autografi, fotografie e manifesti originali, emerge un tassello fondamentale: la scoperta del manoscritto originale in inglese del romanzo Un pezzo grosso, pubblicato in contemporanea alla mostra da La nave di Teseo (in libreria dal 31 marzo) nella prima traduzione italiana a cura di Alberto Pezzotta. L'opera, uscita in Francia in forma rimaneggiata nel lontano 1953 e mai pubblicata nei paesi anglofoni, è una satira feroce del potere e del capitalismo globale: un Welles scrittore che non smette di stupire.

Un contributo essenziale alla comprensione di questo caos organizzato arriva dalle parole di Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema: «Siamo molto felici di ospitare questa mostra, che è concepita come un viaggio nell'universo di un artista che ha ancora molto da dirci. La libertà e la spregiudicatezza con cui Orson Welles si è mosso tra discipline diverse, attraversando i continenti con quella lucidità di sguardo che solo gli stranieri hanno, lo avvicinano ai giovani nati nel nuovo millennio. Se il cinema per tutto il Novecento ha spinto in direzione del mimetismo del reale, Welles ha percorso la strada opposta, quella dell'illusione, del trucco, della finzione che raggiunge un altro livello di verità». E ancora: «Welles è per tanti versi un Teseo moderno, un esploratore che mette in comunione mondi distanti, un visionario che ha attraversato diversi territori artistici e che ha visto più lontano di molti altri. Per questo i suoi film, i suoi disegni, i suoi scritti ancora oggi ci interpellano».

Proprio Chatrian sarà protagonista di un appuntamento imperdibile l'11 giugno 2026 alle ore 19:00, quando condurrà personalmente una visita guidata speciale alla mostra My Name Is Orson Welles, 90 minuti per soli 25 partecipanti, al costo di 30 euro comprensivi di ingresso e visita, prenotabile su museocinema.it, svelando aneddoti e curiosità sui mille volti del regista americano.

Un'attenzione particolare merita la scelta di allestire la mostra secondo i criteri del Design for All: testi facilitati, pannelli ad alta leggibilità, audio descrizioni e video in Lingua dei Segni Italiana attivabili tramite QR code, oltre a modelli e pannelli visivo-tattili pensati per un'esperienza multisensoriale. Una scelta che trasforma My Name Is Orson Welles in un evento culturale davvero accessibile, coerente con lo spirito di un artista che, dalla radio al cinema, dal teatro alla televisione, ha sempre cercato di moltiplicare i canali attraverso cui far arrivare la propria visione al pubblico più ampio possibile.

Citizen Kane_Fotografia_1941
Citizen Kane_Fotografia_1941
Ma Welles è, prima di tutto, immagine in movimento. Per questo, la retrospettiva al Cinema Massimo (dal 2 al 15 aprile 2026) diventa il complemento necessario dell'esposizione. Il programma alterna capolavori imprescindibili come L'infernale Quinlan (Touch of Evil, 1958) e Quarto potere (in versione DCP) a opere rare, incompiute o faticosamente ritrovate: il cortometraggio Too Much Johnson (1938), creduto perduto nell'incendio della casa madrilena di Welles nel 1971 e recuperato a Pordenone in un magazzino di una ditta di trasporti; Il mercante di Venezia (1969), ritenuto universalmente perduto fino al ritrovamento negli archivi di Cinemazero; e il prezioso Falstaff (1965), che il 9 aprile sarà introdotto dallo studioso Esteve Riambau Muller. Senza dimenticare le prove attoriali per altri registi: da Il terzo uomo di Carol Reed, dove interpreta il memorabile Harry Lime tra le rovine di Vienna, al Moby Dick di John Huston. È un'occasione rara per osservare come Welles abbia saputo trasformare la precarietà produttiva in uno stile inconfondibile, rendendo l'incertezza del montaggio e la profondità di campo strumenti di una battaglia politica e poetica contro la piattezza dello sguardo.

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