Recensione de "La donna più ricca del mondo". Isabelle Huppert brilla in una dramedy sociale sul caso Bettencourt.
Ispirata al caso Bettencourt, la dramedy sociale di Thierry Klifa si regge sul gigantismo attoriale della sua protagonista.
[di Ludovico Cantisani]
La donna più ricca del mondo, diretto da Thierry Klifa e interpretato da Isabelle Huppert, dopo la presentazione in concorso al Festival di Cannes del 2025 è stato il film di apertura dell’ultima edizione del Rendez-vous, il festival del nuovo cinema francese presente ormai da sedici anni a Roma e in altre città italiane, ed esce dal 16 aprile 2026 nelle sale italiane distribuito da Europictures, dopo aver ottenuto una vittoria e altre sei candidature ai premi César francese. C'è innanzitutto da constatare che nel cinema francese non vive quella rigida distinzione tra "ranghi" di attori per cui raramente le maggiori star dell'industria cinematografica nazionale prendono parte a commedie pure e dure, come succede in Italia: è così che la pluripremiata Isabelle Huppert, due volte vincitrice a Cannes e a Venezia dei premi principali per l’interpretazione, una volta anche a Berlino, candidata all’Oscar, vincitrice di due César nazionali a fronte della cifra record di sedici nomination inclusa l’ultima con questo film, può prendere parte al film di Thierry Klifa accanto a Laurent Lafitte, Marina Foïs, Raphaël Personnaz e André Marcon, con una sceneggiatura dichiaratamente ma liberamente basata sull'affaire Bettencourt legato al marchio L'Oréal. Su tematiche analoghe si era già mossa Catherine Deneuve con Potiche - La bella statuina del 2010, diretto da François Ozon, ma in chiave opposta - ne La donna più ricca del mondo abbiamo una donna straricca che inizia a riempire di regali il suo entourage e in particolare un fotografo che ha conosciuto da poco, in Potiche al contrario la moglie di un'industriale, nominata CEO ad interim, si rivelava ben più di una "bella statuina" e rivoluzionava le imprese del marito.
Thierry Klifa è un regista e sceneggiatore francese che ha esordito nel cinema nei primi anni duemila dopo una lunga esperienza come giornalista; nella sua carriera ha firmato film come Une vie à t’attendre, Le Héros de la famille, Les Yeux de sa mère, Tout nous sépare, e Les Rois de la piste, lavorando con interpreti di grande rilievo del cinema francese ed europeo, tra cui Nathalie Baye, Emmanuelle Béart, Miou-Miou, Diane Kruger e la stessa Deneuve. Co-autore anche della sceneggiatura assieme a Cédric Anger e a Jacques Fieschi, ne La donna più ricca del mondo Klifa ci presenta una commedia sociale senza infamia e senza lode, di cui prevedibilmente resta impresso soprattutto il gigantismo attoriale della Huppert, ma anche una buona disamina dei “rapporti di classe” in Francia condotta senza troppa retorica e con una discreta precisione, al netto delle inevitabili componenti di stereotipizzazione che il medium filmico e in particolare il registro comico impongono. La donna più ricca del mondo chiaramente non è una commedia pura, contiene anche una buona dose di dramma, soprattutto nella seconda parte del film con il deteriorarsi dei rapporti famigliari a causa del comportamento della protagonista Marianne Farrère, che trincerandosi dietro la ricorrente frase "uso i miei soldi come voglio" sperpera diversi milioni del suo pur ingente matrimonio. La sceneggiatura del film sembra prediligere gli aforismi e le frasi tranchant, soprattutto nella scena dell’intervista a Marianne da parte dell’immaginario Selfish Magazine in cui la title character afferma che “ricca non è la parola giusta. Fortunata è meglio”, oppure , alla domanda “dove si ferma il potere del denaro?” , chiosa “dove inizia il gusto per la vita”. È proprio perché gli scatti di Pierre-Alain Fantin - interpretato da Lafitte, premio César per il film -, fotografo già sulla quarantina ma ancora alla ricerca della consacrazione artistica, le fanno scoprire mondi inaspettati e inimmaginati, che Marianne decide di dargli via via sempre più incarichi, dapprima dandogli l'incarico di ri arredare la casa, poi finanziando i suoi progetti di pubblicazione in volume e di mostre, alla fine configurando con lui un rapporto deleterio e morboso che finisce prevedibilmente in tribunale.
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