Prima che l'onda ci travolga: La Grande Onda di Hokusai a Palazzo Bonaparte

Alla mostra di Palazzo Bonaparte, la Grande Onda di Hokusai: un viaggio tra resilienza, filosofia buddhista e la psicologia del Sé junghiano.

Alla mostra di Palazzo Bonaparte, di fronte all'opera più famosa del maestro giapponese, una riflessione sulla resilienza, il Sé junghiano e la pace interiore buddhista.

La grande onda presso Kanagawa -Hokusai

[di Massimo Righetti]

Palazzo Bonaparte sta nel cuore di Roma come una vecchia signora che conosce tutti i segreti della città. Entri. Sali. E attraversi stanze illuminate con quella luce che le mostre sanno costruire apposta, mai del tutto naturale, sempre un po' irreale, come se il tempo lì dentro scorresse a una velocità diversa. Oltrepassi sale, pannelli, litografie magistrali. E poi arrivi. Arrivi in quella stanza, e per un momento non sai esattamente cosa fare con te stesso. 

L'onda è lì. 

Non è grande come te l'aspettavi. O forse lo è di più. È difficile dirlo, perché appena la vedi smetti di misurare. Resto fermo. Mani in tasca. E l'onda resta lì, sospesa. Come fa da quasi duecento anni.

Il maestro che conosceva il mare 

Hokusai aveva oltre settant'anni quando compose La Grande Onda presso Kanagawa, la tavola più celebre della serie Trentasei vedute del Monte Fuji. Un vecchio che guardava il mare e ci vedeva qualcosa che i giovani non riescono ancora a nominare. Il paradosso è già nel titolo: la serie promette vedute del Fuji, ma il Fuji quasi non si vede. È piccolo. Lontano. Un pensiero che non riesci a scacciare. Al centro c'è l'onda. Che occupa tutto lo spazio con la prepotenza di una verità che non si lascia ignorare. I fisici, secoli dopo, avrebbero scoperto che Hokusai aveva dipinto qualcosa di matematicamente esatto senza saperlo: i riccioli della cresta obbediscono alla geometria dei frattali, strutture che si ripetono identiche a scale diverse, teoricamente all'infinito. Come se il maestro avesse percepito, con la sola sensibilità dell'occhio, le leggi nascoste della natura. Perché Hokusai non descrive il mare, lo conosce.

Piccoli come granelli, grandi come il coraggio 

Hokusai - Palazzo Bonaparte Roma
Poi, lentamente, inizi a vedere il resto. Le barche. Prima una. Poi due. Poi capisci che sono tre. E dentro le barche ci sono uomini minuscoli, quasi invisibili, che remano verso il cuore dell'onda. Non fuggono. Remano verso. Sono curvi, compatti, sincronizzati con una disciplina che non ha nulla di eroico e tutto di umano: la stessa disciplina silenziosa di chi sa che non c'è scampo nel fuggire, che l'unica direzione possibile è attraverso. Hokusai li ha resi anonimi di proposito. Non hanno volti, non hanno nomi. Sono l'umanità intera ridotta a silhouette, granelli di esistenza aggrappati a fragili scafi di legno mentre il mondo si solleva sopra di loro come una muraglia d'acqua. La cresta dell'onda si arriccia in artigli bianchi con una connotazione quasi teratologica, le dita ossute di uno spettro che si tende verso il basso, raffigurazione visiva del terrore più atavico: essere inghiottiti, sommersi, annientati da una forza che non ci vede nemmeno come avversari degni. Siamo troppo piccoli anche per questo. Eppure, quei pescatori senza volto non esprimono panico. Non si abbandonano. Tengono la rotta. Ed è esattamente qui, in questo dettaglio che quasi non si vede, che Hokusai nasconde il cuore pulsante dell'opera: la vittoria non sta nel dominare l'onda, impresa impossibile, ma nel non mollare i remi mentre l'onda ti sovrasta. Ed è in questo esatto momento, di fronte alla china del mare, che l'inchiostro si fa specchio della nostra condizione. Guardandoli penso a tutte le volte che anch'io mi sono trovato così. Piccolo. Esposto. Senza riparo sufficiente contro qualcosa di troppo grande. E mi rendo conto che quei pescatori li conosco. Li conosciamo. Siamo tutti lì dentro, nelle barche di Hokusai, aggrappati al legno di una speranza mentre il mondo frana.

Il Monte Fuji. L'ancora silenziosa. 

Ma c'è un terzo elemento. E bisogna saperlo cercare. Sullo sfondo, oltre l'onda, oltre le barche, oltre il panico e la schiuma: il Monte Fuji. Quieto. Bianco in cima. Indifferente alla burrasca come un monaco che ha già attraversato tutto e ora siede in silenzio a guardare. Un testimone silenzioso e statico ma non indifferente. Jung avrebbe riconosciuto in lui il Sé, non l'Io che combatte e si spaventa e rema, ma il centro profondo della personalità, il nucleo che nessuna tempesta riesce a intaccare. L'onda è l'inconscio che si solleva, il complesso che esplode, l'ansia, il lutto, la paura che arriva di notte senza bussare. Le barche sono l'Io che lotta per non farsi travolgere. Ma il Fuji è qualcos'altro. È ciò che resta quando tutto il resto è finito. Questo è il messaggio più radicale di Hokusai, quello che sento risuonare più forte mentre sono in piedi in quella stanza di Palazzo Bonaparte: dentro ognuno di noi esiste un Fuji. Un punto fermo. Silenzioso. Che non affoga. Il problema è che spesso, quando l'onda si alza, dimentichiamo che esiste. Ci identifichiamo soltanto con la barca e col panico, e col tremore, e con la fatica dei remi. E perdiamo di vista quella presenza stabile sullo sfondo che ci appartiene comunque, che non ci abbandona neanche quando noi l'abbiamo abbandonata. Joseph Campbell lo disse con una di quelle frasi che non si dimenticano: "lo psicotico affoga in quelle stesse acque nelle quali il mistico nuota con gioia". La differenza non sta nelle onde, quelle sono uguali per tutti, ma nel punto da cui le osservi. È qui che Hokusai incontra il Buddhismo, in questa visione fondamentale: il mondo è impermanente, le onde vengono e passano, e la sofferenza nasce dall'aggrapparsi come se potessero restare ferme. La pace non è l'assenza di onde. È imparare a conoscerne il ritmo, a ritrovare il Fuji interiore anche nel mezzo del tumulto, e lasciare che sia lui, immobile, eterno, al di sopra della schiuma, a ricordarci chi siamo davvero.

Dopo l'onda. La calma. 

Esco dalla sala con quella sensazione strana che certe opere ti lasciano addosso. Non un'emozione precisa. Più simile a un riassestamento. Come se qualcosa dentro di me avesse cambiato leggermente posizione. Resto fermo, in cima alle scale, mani in tasca e chiudo gli occhi. Da qualche parte, in quella stanza, l'onda è ancora sospesa. E i pescatori remano ancora, silenziosi, compatti, dritti verso il cuore della tempesta. Come hanno sempre fatto. Come faremo.

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