Vita Mia: l'Europa, la memoria e quel tremore che ci rende umani. Cronaca di un incontro all'Azzurro Scipioni

Recensione di Vita Mia e incontro con Winspeare. Memoria e perdono con Dominique Sanda, in sala dal 9 aprile.

Il coraggio di ricordare e perdonare nel nuovo commovente film con Dominique Sanda e Celeste Casciaro, in sala dal 9 aprile.

[di Redazione]
Vita mia- scena del film

Questa mattina, nella storica e intima cornice del Cinema Azzurro Scipioni di Roma, la proiezione stampa di Vita Mia, l'atteso ritorno alla regia di Edoardo Winspeare (in sala dal 9 aprile grazie a Draka Distribution), ci ha consegnato un'opera di rara intensità, capace di confermare come il cinema italiano d'autore abbia ancora il coraggio intellettuale di guardare in faccia i fantasmi del Novecento.

Al termine della proiezione, durante il dialogo con la stampa a cui hanno partecipato il regista salentino e la magnetica Celeste Casciaro, co-protagonista della pellicola, è emerso l'affresco di un set che è stato, prima di tutto, un crocevia di destini, lingue e memorie storiche.

Il Film: Un viaggio viscerale tra Salento e Mitteleuropa

Vita Mia traccia una linea invisibile ma resistentissima tra la luce abbacinante del Sud Italia e le fitte ombre della memoria centro-europea. Didi, interpretata da Dominique Sanda, è un'aristocratica nata in Ungheria, sopravvissuta all'invasione nazista, all'avvento del comunismo e a un faticoso esilio parigino in cui lavorò per Dior. Ormai anziana e malata di Parkinson, trascorre il suo crepuscolo in Salento, costretta ad accettare l'assistenza domestica di Vita (Celeste Casciaro), una donna di estrazione popolare, pragmatica e orgogliosamente donna del Sud.

Quello che sulla carta si profila come uno scontro di civiltà, si sublima in un'imprevedibile alleanza terapeutica. Il viaggio fisico che le due donne compiranno verso la Transilvania si trasformerà in una discesa agli inferi della memoria collettiva, in cui il film affronta senza sconti il trauma della Shoah e l'insostenibile senso di colpa di chi è sopravvissuto alla carneficina della Storia.

A dare corpo a questa complessa architettura narrativa troviamo un cast formidabile: ad affiancare le due protagoniste ci sono Ninni Bruschetta, Ignazio Oliva, Karolina Porcari, Johanna Orsini, Francesca Ziggiotti, Dora Sztarenki, Josef Scholler.

Il Dialogo in Sala: Le Voci dei Protagonisti

Durante l'incontro di questa mattina, abbiamo avuto modo di approfondire con gli autori le scelte linguistiche, antropologiche e registiche di un'opera che parla ben nove lingue diverse. Ecco i passaggi più significativi del nostro dialogo.

Celeste, nel film porti in scena una recitazione naturalistica, fatta di silenzi eloquenti e sguardi carichi di significato, mettendoti a confronto con un'icona del cinema come Dominique Sanda. Hai avvertito una sorta di "soggezione" o "tremore alle gambe" in questo confronto sul set?

Celeste Casciaro: «Ho visto il film diverse volte, ma oggi l'ultima scena mi ha emozionata profondamente: ho sentito addosso tutta la solitudine di questa donna. Per quanto riguarda l'approccio con Dominique, è inutile nascondere che per me è stato un grande onore e, inizialmente, provavo una grandissima soggezione. Poi, sul set, devi trovare il tuo centro e assumere un atteggiamento professionale. La mia è una recitazione "di pancia", sono profondamente istintiva e da lì nasce quel risultato di naturalezza di cui parli. Ma è stato un confronto formidabile e, ad essere onesta, mi tremano ancora le gambe. Quanto ai silenzi, io lavoro molto in questo modo: vengo da esperienze con attori salentini, e da noi al Sud la comunicazione non passa solo attraverso i dialoghi, ma si nutre di sguardi, di espressioni, di versi. Ci sono scene intere in cui due persone comunicano tutto senza dirsi una parola».

Edoardo, come sei arrivato alla scelta di Dominique Sanda per il ruolo di Didi e come si è incastrata con l'istintività recitativa di Celeste?

Edoardo Winspeare: «Avevo scelto prima mia moglie, Celeste, e avevo bisogno di un perfetto contraltare per lei. Celeste incarna una fierezza mediterranea, sanguigna, orgogliosamente popolare, quella che noi in Salento chiamiamo "fimmanazza". Dominique, invece, rappresenta l'alta borghesia parigina, l'aristocrazia. Ha una fierezza più algida, un'eleganza distante che incarnava perfettamente il personaggio di Didi. E poi c'è un dettaglio di cui vado molto fiero: questo è il primo film in assoluto in cui Dominique Sanda recita in italiano senza essere doppiata. Sentire la sua vera voce accresce enormemente l'autenticità e la verità della sua interpretazione».

LEGGI LA RECENSIONE DEL FILM: VITA MIA: Quel tremore che chiamiamo memoria

Nel film c'è una complessità linguistica impressionante. Come hai gestito questa frammentazione per farla diventare un elemento di unione e non di divisione?

Vita Mia Conferenza Stampa
Edoardo Winspeare: «Ci tenevo moltissimo. Il film racconta l'amicizia intima di queste due donne, ma sullo sfondo vibra la complessità e la diversità che tutti noi europei abbiamo dentro: c'è la "Mitteleuropa" di Didi e il Mediterraneo di Vita. La storia parte da radici personali: mia madre veniva da una famiglia aristocratica ungherese molto simile a quella del film. Nel suo paese natale, in Ungheria, si parlavano cinque lingue contemporaneamente: il tedesco svevo, l'ungherese, il francese, e c'era una Yeshivà ebraica dove si parlava yiddish ed ebraico. Io volevo ricreare quell'utopia di un'Europa dove le minoranze vengono accettate, perché l'Europa stessa è fatta di minoranze. Anche noi in Italia siamo incredibilmente ricchi da questo punto di vista ed è un peccato non utilizzare questa ricchezza. In questo senso, il film è una vera e propria dichiarazione d'amore all'Europa».

Il film compie un passaggio radicale dalla luce del Salento alle ombre della Transilvania. Visivamente e musicalmente, come hai lavorato su questa transizione? È vero che hai coinvolto i tuoi veri parenti sul set?

Edoardo Winspeare: «Dal punto di vista musicale, Paolo Buonvino ha fatto un lavoro eccezionale. La Transilvania era storicamente il limes, il confine dell'Impero austro-ungarico, una terra costantemente contesa tra Ottomani e Asburgo. Per restituire quell'anima un po' orientale e selvaggia abbiamo inserito sonorità precise come quelle del bouzouki. Visivamente, siamo andati a girare vicino a Brașov, a Zalánpatak, in una zona che è una sorta di "Alto Adige transilvano" dove si parla solo ungherese. E sì, per la scena dell'incontro familiare ho chiamato tutti i miei parenti: ho usato tre cugini primi e due cugini secondi!. L'ho fatto soprattutto perché non c'era alcun bisogno di dirigerli: loro sono esattamente così nella vita reale».

Un tema centrale e drammatico del film è il senso di colpa dei sopravvissuti legato alla Shoah. Nel viaggio in Ungheria emergono questi fantasmi rimossi. Da dove nasce questa necessità narrativa?

«È un tema vitale per me. Mia madre aveva tredici anni quando ha lasciato l'Ungheria. Nel suo villaggio c'erano circa 250 ebrei, e lei si ricordava perfettamente di tutti questi bambini con cui giocava che, improvvisamente, sono scomparsi sotto i suoi occhi. Né lei né mio nonno avevano colpe dirette, ma il senso di essere sopravvissuti a un simile orrore ti resta dentro come una zavorra. C'è anche una storia vera nella mia famiglia: un mio parente nascose una ragazza ebrea in buona fede, ma un amministratore locale la denunciò alla Gestapo e lei morì. La mia riflessione profonda nel film è questa: oggi siamo tutti comodamente antifascisti e antinazisti, ma quando l'orrore accade lì, davanti alla tua porta, la paura è paralizzante. Il senso di colpa per non aver fatto abbastanza, per essere solo sopravvissuti, è ciò che genera le allucinazioni di Didi nel film, fantasmi di un passato con cui dovrà fare pace per potersi infine perdonare».

Uscendo dall'Azzurro Scipioni, si ha la chiara percezione di aver assistito non solo alla proiezione di un eccellente film d'autore, ma a una necessaria esperienza di catarsi collettiva. Vita Mia non si limita a riesumare il dolore del passato, ma ci suggerisce che l'unica cura possibile per il nostro presente risiede nell'incontro e nell'accettazione disarmata della fragilità altrui. L'appuntamento per il grande pubblico è fissato al 9 aprile: un'occasione imperdibile per lasciarsi interrogare e, profondamente, commuovere dalla Storia.

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