Un Poeta: incontro esclusivo con Ubeimar Rios, il volto del fallimento e della grazia

Intervista esclusiva a Ubeimar Rios, protagonista di "Un Poeta" di Simón Mesa Soto, al Cinema dal 26 marzo.

Un professore colombiano di 32 anni di esperienza, amante della poesia e componente di un gruppo rock, si ritrova a interpretare il ruolo della sua vita. Questa è la storia di Ubeimar Rios. 

[di Massimo Righetti]

Ubeimar Rios - Un Poeta

C'è qualcosa di profondamente giusto nel fatto che a interpretare Oscar Restrepo, il poeta fallito al centro di Un poeta di Simón Mesa Soto, non sia un attore di professione. Ubeimar Rios porta sullo schermo un uomo che ha scommesso tutto sull'arte senza che l'arte gli restituisse nulla, e lo fa con la credibilità di chi conosce dall'interno quella zona grigia in cui la passione artistica e la necessità di sopravvivere si guardano in faccia ogni giorno.

Un poeta, coproduzione Colombia-Germania-Svezia presentata in anteprima a Cannes 2025 dove ha conquistato il Premio della Giuria nella Sezione Un Certain Regard, arriva al cinema grazie a Cineclub Internazionale dal 26 marzo. Il film intreccia commedia e dramma per interrogarsi sul senso dell'arte, sul fallimento come condizione esistenziale e sulle ambiguità di un sistema culturale che spesso celebra l'arte mentre ne tradisce lo spirito più autentico. Al centro, Oscar Restrepo e il suo incontro con Yurlady, un'adolescente di Medellín dal talento grezzo e bruciante, un rapporto che nasce come gesto di cura e si trasforma lentamente in qualcosa di molto più ambiguo.

In occasione del tour promozionale italiano del film, abbiamo incontrato Ubeimar Rios in esclusiva.

Parlare con Ubeimar Rios lascia una sensazione strana e preziosa: quella di aver incontrato qualcuno che, senza averlo cercato, è finito esattamente nel posto giusto. Non un attore che interpreta un fallito, ma un uomo che conosce dall'interno il peso e la bellezza di vivere nell'arte senza che l'arte ti ripaghi in moneta corrente. Forse è proprio per questo che Oscar Restrepo, sullo schermo, respira. Perché certe storie non si interpretano, si riconoscono.

Oscar Restrepo è un uomo che porta il fallimento addosso come una seconda pelle, nell'ironia, nella postura, nel modo di occupare lo spazio. Come hai costruito fisicamente questo personaggio? C'è stato un momento in cui hai sentito che Oscar aveva smesso di essere un ruolo e aveva cominciato ad abitarti davvero?

Tutto è iniziato due mesi prima delle riprese, con dei preparatori di attori che, lavorando sulle scene in prova, mi chiedevano certe posture, alcune delle quali avevo già nel mio modo naturale di stare in piedi e di essere, ma con una maggiore esagerazione. Poi, conoscendo sempre meglio il personaggio, ho cercato di penetrare nel ruolo, di creare una relazione intrinseca tra noi due, di vivere davvero nella sua pelle. Per me è stato difficile, perché non sono un attore di professione, ma ho cercato di farlo fino in fondo. Al punto che, in un certo momento, volevo che le emozioni proiettate in quello che si stava girando fossero di Oscar, non mie. Tuttavia ci sono stati momenti in cui ho dovuto prestare al personaggio anche qualcosa di mio, per far sì che la cosa fluisse. Una volta arrivati sul set, però, è emersa anche una dimensione inconscia: quel peso che si può vedere sullo schermo ha a che fare anche con il peso della responsabilità che stavo vivendo in quel momento. Era qualcosa di nuovo per me, e si vedeva. Quindi è stata una questione lavorata, di grande empatia con il personaggio ma anche qualcosa di incontrollabile, che è arrivato da solo.

Il rapporto con Yurlady nasce come un gesto generoso, ma si trasforma in qualcosa di più oscuro e ambivalente. Come sei riuscito a interpretarlo senza giudicarlo, ma senza nemmeno assolverlo?

Yurlady - Un Poeta
Quella relazione nasce effettivamente da qualcosa di generoso: Oscar crede così profondamente nella poesia da pensare che la ragazza possa uscire dalla sua vulnerabilità economica e sociale proprio attraverso di essa. C'è una generosità autentica in questo slancio. Ma diventa pericolosa nel momento in cui Yurlady non voleva essere una poetessa, né un'artista. Lei sognava le unghie, la bellezza, cose concrete e sue. Il sogno con cui Oscar pretendeva che andasse avanti non era di lei, era il suo.

Quell'ambiguità l'ho affrontata cercando di comprendere davvero ciò che Simón voleva nella sceneggiatura, senza giudicare il personaggio dall'esterno. Nel mio caso, come Ubeimar, non pretendevo in nessun momento di essere come Oscar, ma ho dovuto accettare quella situazione così come si presentava nel film, viverla con empatia. E le direttive molto concrete di Simón Mesa sono state fondamentali per far sì che tutto questo emergesse sullo schermo nel modo giusto.

Simón Mesa Soto ha detto che il film nasce da una domanda intima: "e se avessi fallito nell'arte?" Tu ti sei mai posto la stessa domanda? Cosa pensi del rapporto tra arte e vita ordinaria?

Sì, Simón voleva esorcizzare se stesso. Non voleva diventare Oscar, non voleva vedersi nel futuro senza fare cinema, ridotto a fare solo l'insegnante. Ed è proprio per questo che ha fatto il film.

Quanto a me, dato che la domanda è rivolta a me, il mio sostentamento economico viene dall'insegnamento: sono professore da 32 anni. Non mi considero un poeta né un artista nel senso stretto. Eppure ho sempre vissuto in mezzo all'arte: come promotore culturale, come amante della poesia, come componente di un gruppo rock. Quindi al di là del fatto che si possa o meno vivere d'arte, credo che quando esiste una vera sensibilità artistica, bisogna seguirla. A molti riesce e possono farne la propria vita; ad altri no, e devono aiutarsi con altro per sopravvivere. Ma questo non cambia l'essenza della cosa: per chi possiede una vera sensibilità artistica, l'arte è indispensabile. Non è un'opzione, è una condizione.

Simón voleva fare qualcosa di "libero, sgangherato, con uno spirito quasi punk." Quanto hai sposato questo aspetto nell'interpretazione sul set?

Un Poeta - Scena del Film
Questo spirito è emerso fin dalle prove. Da subito c'era questa possibilità concreta di cercare di vivere sulla mia pelle un altro essere umano, di essere davvero un'altra persona. Poi, quando abbiamo iniziato le riprese, è stato qualcosa di travolgente: avevamo tutte quelle settimane di lavoro alle spalle, ma ora si trattava di portare tutto in scena con la pressione della macchina da presa , una 16mm, addosso.

Lì Simón è stato fondamentale. Prima di girare ogni scena, esemplificava praticamente tutto ciò che riguardava il personaggio. Se dovevi voltarti, ti diceva esattamente come farlo. Se in una scena dovevi urinare: "Hai visto come lo fai di solito? Bene, ora fallo così." Entrava nei minimi dettagli, e questo dava sicurezza. L'altra cosa che ha reso tutto più fluido è che quando conosci la sceneggiatura a memoria, quando sei innamorato della storia, le cose vengono da sole. E quando hai un regista che non lascia passare niente, questo finisce per essere una risorsa enorme, anche se all'inizio può sembrare una pressione.

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