Corrado Fortuna apre il BiF&st con "Il Dio dell'Amore" di F. Lagi, in sala dal 26 marzo. Un viaggio nella carriera dell'attore.
Il film di Francesco Lagi inaugura la kermesse barese con un cast corale d'eccezione. E conferma Corrado Fortuna tra le voci più interessanti del cinema italiano contemporaneo.
[di Alex M. Salgado]
L'apertura del BiF&st di Bari si affida quest'anno a Il Dio dell'Amore, il film corale diretto da Francesco Lagi, in sala dal 26 marzo distribuito da Vision Distribution. Un affresco agrodolce sulle geometrie imprevedibili dei sentimenti, guidato dalla voce narrante di un Ovidio trapiantato nella contemporaneità e interpretato da Francesco Colella. All'interno di questo intreccio relazionale a più voci, spicca la figura del percussionista dell'orchestra del Teatro dell'Opera di Roma portata in scena da Corrado Fortuna.
L'attore palermitano, classe 1978, sta attraversando una delle stagioni più dense e convincenti della sua carriera. Dopo l'esordio con Paolo Virzì in My Name Is Tanino e con Franco Battiato in Perduto amor, entrambi nel 2002, anno che gli valse poi il Premio Guglielmo Biraghi, Fortuna ha costruito nel tempo un percorso artistico stratificato, fatto di cinema, scrittura letteraria e regia. Non un "cursus honorum" in linea retta, ma una traiettoria che ha saputo tenere insieme registri diversi senza disperdere identità. Accumulando esperienza, film dopo film, si è affidato a ciò che definisce il bagaglio più importante del mestiere, le proprie emozioni, captate e convogliate nel personaggio senza artifici. Non una tecnica di immedesimazione totale, ma qualcosa di più personale: non diventare il personaggio, ma portare dentro di lui una parte autentica di sé.
Quella con Virzì è una collaborazione che racconta molto della sua formazione: assistente alla regia in Caterina va in città nel 2003, Fortuna torna a lavorare con lui dieci anni dopo in Il Capitale Umano, a dimostrazione di un rapporto continuativo e di una curiosità che non si esaurisce davanti alla macchina da presa. Parallelamente ha fondato ClubSilencio, casa di produzione con cui dirige documentari e videoclip, e ha pubblicato tre romanzi, Un giorno sarai un posto bellissimo per Baldini&Castoldi, L'amore capovolto e L'ultimo lupo per Rizzoli, quest'ultimo tradotto anche in Francia. È il profilo di un artista che ha scelto di abitare più linguaggi contemporaneamente, senza che nessuno prevaricasse gli altri.
Il Premio Kineo vinto a Venezia 2025 per il ruolo di Angelo Pellegrino, marito di Goliarda Sapienza, in Fuori di Mario Martone, è il riconoscimento più recente di una maturità interpretativa costruita con coerenza. Lo abbiamo visto anche ne Il ragazzo dai pantaloni rosa e nella serie Netflix Maschi Veri di Matteo Oleotto, dove interpreta un coach alle prese con i nodi irrisolti della mascolinità contemporanea. E lo rivedremo presto nella serie Vanina, nei panni del pediatra Manfredi, personaggio che ha già conquistato il pubblico nella prima stagione.
Pellicole come questa ricordano perché il cinema in sala rimanga un'esperienza difficilmente sostituibile. C'è qualcosa nell'oscurità condivisa di una sala, nella concentrazione collettiva che impone, che amplifica il racconto e lo rende più nitido. È lì che un film come Il Dio dell'Amore, con la sua umanità imperfetta e agrodolce, trova la sua dimensione più giusta.
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