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Gioia mia e la grammatica dell'anima: incontro con Margherita Spampinato

La regista Margherita Spampinato racconta la genesi e il dietro le quinte del pluripremiato film Gioia Mia all'Azzurro Scipioni.

Tra memorie autobiografiche, set cronometrati e sfide produttive, la regista e la produttrice Benedetta Scagnelli si raccontano all'Azzurro Scipioni di Roma.

[di Redazione]

Margherita Spampinato

Gioia Mia, esordio al lungometraggio della regista Margherita Spampinato, ha debuttato al Festival di Locarno raccogliendo un’accoglienza entusiasta prima di arrivare nelle sale italiane grazie a Fandango Distribuzione. Il film racconta l’estate di Nico, un bambino romano che si ritrova ospite di due anziane parenti in Sicilia, immerso in un mondo lontanissimo dal suo: fatto di chiesa, buone maniere, pisolini e della convinzione assoluta nell’esistenza degli spiriti e del diavolo. Una storia apparentemente locale che tocca qualcosa di universale, come ha dimostrato la risposta del pubblico internazionale.

Al Cinema Azzurro Scipioni di Roma, storica sala del cinema indipendente fondata da Silvano Agosti, il film è stato al centro di un incontro moderato dal direttore artistico Massimo Righetti, con la regista Margherita Spampinato e la produttrice Benedetta Scagnelli. Una serata densa di racconti, in cui la regista ha ripercorso con generosità le origini del progetto, il metodo di lavoro con gli attori e le sfide della lavorazione.

Gioia Mia
La genesi del film nasce da un’esperienza vissuta direttamente sulla pelle dell’autrice, sospesa fin dall’infanzia tra due mondi opposti. Cresciuta a Roma in una famiglia laica e di formazione scientifica, ogni estate veniva spedita in vacanza in Sicilia. Spampinato ha raccontato:

Sì, è una storia completamente autobiografica e anche quello che non è strettamente autobiografico è comunque tutto vero. Sono cresciuta a Roma con una formazione molto scientifica,  in una famiglia laica e molto impegnata in politica; un mondo profondamente razionale. Tuttavia, tutte le estati i miei genitori mi mandavano in vacanza in Sicilia, a casa di due cugine di mia nonna, due ‘signorine’ che abitavano in un appartamento molto simile a quello che avete visto. Lì era tutto un altro mondo: mi portavano sempre in chiesa, mi insegnavano le buone maniere e a fare il pisolino. La cosa per me più incredibile era la loro convinzione assoluta nell’esistenza degli spiriti e del diavolo. Questa dimensione magica era molto potente per me e sono cresciuta a cavallo tra queste due dimensioni.

La scelta di raccontare questa storia attraverso gli occhi di un bambino maschio non è casuale. Mentre scriveva, la regista aveva sempre casa piena del figlio e dei suoi amici, e ha attinto liberamente a quel materiale vivo. Come ha spiegato:

Mi sembrava molto più divertente raccontare la storia di un bambino maschio che arriva in questo mondo magico così razionale e ‘terra terra’. Lui compie un viaggio di formazione in un mondo di donne, dove completa la sua crescita grazie a quella che un tempo veniva considerata ‘l’intelligenza femminile’, ovvero quella emotiva e intuitiva. Impara il valore della cura, appropriandosene, e contemporaneamente, grazie alla bambina e all’amore, riesce a razionalizzare quel mondo magico portandolo avanti.

Il casting ha cercato un’estetica semplice e autentica, pescando direttamente a Trapani. Le anziane protagoniste non professioniste sono state una rivelazione: “Hanno biografie da cui potresti girare cento film, vite piene di avventure incredibili.” Ma la scelta del piccolo protagonista Marco Fiore è arrivata con un colpo di scena: il bambino originariamente scelto aveva dovuto rinunciare all’ultimo minuto per un grave problema familiare. “Ero disperata, pensavo che non avremmo più fatto il film.” Rifatto il casting, Marco è stato scelto soprattutto per una qualità specifica:

Gioia mia

Abbiamo scelto Marco Fiore perché era quello più simile al personaggio che avevo scritto sulla carta, soprattutto per la sua capacità di tener testa ad Aurora nei continui battibecchi, senza cedere mai.

L’incontro tra il giovanissimo attore e la veterana Aurora Quattrocchi, 84 anni, appassionata, imprevedibile,  era la scommessa più rischiosa del film. La regista l’aveva scritto pensando proprio a lei, e la prima lettura ha fugato ogni dubbio:

Con Aurora può andare benissimo o malissimo: o ti ama o ti odia. È andata benissimo! Abbiamo fatto una lettura insieme e lei ha subito trovato un approccio divertente al personaggio, ispirandosi a una sua zia. Sul set era entusiasta del bambino, non faceva altro che dire che era un grandissimo talento. L’unica cosa che non le piaceva era il cane!

La presenza costante di un attore minorenne in scena ha imposto una disciplina ferrea. I vincoli di legge sull’impiego dei bambini si sono sommati a un calendario di riprese già molto compresso:

Avevamo pochissimo tempo per girare, solo quattro settimane. Inoltre, poiché i bambini possono girare al massimo per sette ore al giorno, e lui era presente in tutte le scene, avevamo sempre il tempo contro. La nostra salvezza è stata seguire la sceneggiatura come se fosse il Corano: non avevamo il lusso di cambiare nulla; quello era l’obiettivo della scena e tutta la troupe lo seguiva ciecamente.

Per evitare che il bambino diventasse meccanico, la regista non gli ha mai consegnato fisicamente il copione: lo teneva lei al computer, preparandolo invece a capire l’obiettivo di ogni scena e i suoi sottotesti. Sul set, con le nonne non professioniste che a volte smarrivano la battuta esatta, la soluzione era improvvisata ma efficace: “Dal monitor urlavo la battuta e loro la ripetevano, sembrava di stare al mercato!” Un caos creativo reso possibile anche dalla presenza del direttore della fotografia, che è anche il marito della regista. Spampinato ne ha parlato con affetto disarmante: “Nessuno conosceva il film meglio di lui, gliene ho parlato così tanto che conosceva ogni singola sfumatura della storia.

La produttrice Benedetta Scagnelli ha ricordato una lavorazione intensa ma appassionante, coronata da un epilogo distributivo fulminante. Dopo uno screening organizzato da Cinecittà per i festival, Gianluca Arcopinto ha presentato il film a Fandango. Il dubbio era se attendere il Festival di Berlino, ma Arcopinto ha tagliato corto: “No, chiudiamo ora, altrimenti Margherita diventa pazza e continua a montare il film fino a Berlino!

Interrogata sull’origine della sua passione per il cinema, Spampinato ha raccontato di averla scoperta proprio a scuola, durante un cineforum al liceo in cui venivano proiettati i capolavori del cinema italiano, seguito da un laboratorio per realizzare un cortometraggio. Un’esperienza che ha poi portato con sé per anni, lavorando come segretaria di edizione e casting director prima di esordire alla regia: “Più aspetti artigianali del cinema conosci, più riesci ad avvicinarti a realizzare quello che hai scritto.”

La serata si è chiusa su una nota che guarda al futuro con speranza concreta. Spampinato ha sottolineato quanto l’esperienza del cineforum scolastico sia stata decisiva per lei, auspicando che l’educazione all’immagine entri a far parte strutturale dei programmi scolastici italiani, sul modello di quanto già accade in Francia. Righetti, che gestisce i progetti scuola, ha confermato che i ragazzi, quando li porti in sala, si rivelano spettatori straordinari: assorbono film d’autore, da Rosi a Tarkovskij, e fanno domande tutt’altro che banali. Un promemoria potente, lanciato dal palco di un cinema che da decenni tiene viva la grammatica dell’immagine.

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