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Berlinale sotto assedio: 700 firme per difendere Tricia Tuttle e la libertà artistica

Oltre 700 registi e attori, tra cui Tilda Swinton e Sean Baker, firmano lettera aperta a difesa di Tricia Tuttle e dell'indipendenza della Berlinale.

Un terremoto scuote il cinema europeo: da Tilda Swinton a Sean Baker, l'industria si mobilita contro le ingerenze politiche e la possibile rimozione della direttrice. "Se ogni controversia porta a ripercussioni, il discorso cede il passo al controllo".

[di Redazione]

The International Jury has arrived on the Red Carpet.

C'è un confine sottile, spesso invisibile ma fondamentale, che separa la gestione culturale dalla pressione politica. Quando questo confine viene valicato, le fondamenta stesse delle istituzioni democratiche iniziano a tremare. È esattamente ciò che sta accadendo intorno alla Berlinale, dove voci insistenti riportate dai tabloid tedeschi suggeriscono un piano per rimuovere l'attuale direttrice, Tricia Tuttle. La risposta del mondo del cinema non si è fatta attendere ed è arrivata con la forza di un'onda d'urto: una lettera aperta, firmata in poche ore da oltre 700 professionisti del settore, che esprime una profonda preoccupazione per le sorti del festival e, più in generale, per l'indipendenza della cultura.

La mobilitazione è trasversale e coinvolge nomi di peso assoluto. Scorrendo la lista dei firmatari troviamo icone come Tilda Swinton e Nancy Spielberg, autori visionari come Sean Baker, Kleber Mendonça Filho, Karim Aïnouz, Radu Jude e Maria Schrader, fino a figure centrali del dibattito contemporaneo come Yuval Abraham, regista di No Other Land. Non si tratta di una semplice difesa corporativa, ma di una presa di posizione ideologica e filosofica sul ruolo del cinema nella società.

Il testo della lettera, diffuso mentre le firme continuano a crescere (siamo già a quota 713), va dritto al cuore del problema: la relazione tra libertà artistica e indipendenza istituzionale. I firmatari sottolineano come la visibilità di diverse identità all'interno di un festival non debba essere confusa con un'approvazione politica, bensì intesa come espressione di una sfera pubblica democratica e aperta. Il pericolo, evidenziato con lucidità chirurgica, risiede nelle conseguenze che vengono tratte da singole dichiarazioni o interpretazioni simboliche. Quando un'istituzione culturale finisce sotto pressione politica per questi motivi, il segnale inviato è allarmante.

La Berlinale, ricordano i registi e gli addetti ai lavori, ha sempre avuto un'anima politica. Non nel senso partitico del termine, ma come impegno sociale. Il cinema serve a rendere visibili i conflitti, ad aprire prospettive, a rendere tangibili le esperienze di ingiustizia e oppressione. La sua funzione democratica risiede proprio nel sollevare questioni morali e nel chiederci di sopportare l'ambiguità piuttosto che risolverla prematuramente. L'obiettivo non è fornire risposte semplici, ma abilitare un dibattito pubblico significativo.

Il passaggio più duro e memorabile della missiva mette in guardia contro la deriva autoritaria del discorso pubblico: «Se ogni controversia porta a ripercussioni istituzionali, il discorso cede il passo al controllo». Convocare riunioni straordinarie per decidere il futuro della leadership del festival sulla base di polemiche significa minare la vitalità stessa del confronto democratico.

In tempi di crisi globale, prosegue il documento, «abbiamo bisogno di spazi capaci di sostenere il disaccordo. L'indipendenza delle istituzioni culturali protegge non solo la libertà degli artisti, ma la salute della democrazia». La lettera si chiude con un appello a una cultura dello scambio anziché dell'intimidazione, ricordando una verità essenziale: «Dove la diversità rimane visibile, la democrazia rimane viva». La palla ora passa alle istituzioni tedesche, chiamate a decidere se tutelare l'autonomia della Berlinale o cedere alle pressioni, trasformando un festival del cinema in un campo di battaglia politico.

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