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L’ultimo valzer di Park City: il Sundance saluta lo Utah incoronando Josephine

Sundance 2026: trionfa Josephine di Beth de Araújo (Giuria e Pubblico). Analisi vincitori, documentari e l'addio storico a Park City.

L'ultima edizione nello Utah prima del trasloco in Colorado incorona l'opera di Beth de Araújo. Tra conferme al femminile e previsioni da Oscar, il festival chiude un ciclo cinquantennale.

[di Alex M. Salgado]

Beth de Araújo‘s Josephine.

La neve di Park City ha un sapore diverso quest'anno. C'è una malinconia diffusa che avvolge il Ray Theatre e le strade ghiacciate dello Utah, consapevoli di ospitare per l'ultima volta il festival che ha definito il cinema indipendente americano per mezzo secolo. Prima del trasloco in Colorado previsto per il 2027, il Sundance Film Festival ha celebrato il suo rito di commiato, e lo ha fatto nel modo più fragoroso possibile: incoronando un nuovo classico istantaneo.

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L'edizione 2026 porta un nome e un volto ben precisi: quelli di Beth de Araújo e del suo Josephine. Il verdetto della giuria, presieduta da figure di spicco come A.V. Rockwell, Janicza Bravo e Azazel Jacobs, ha sancito un dominio assoluto, assegnando alla pellicola sia il Gran Premio della Giuria che il Premio del Pubblico nella sezione U.S. Dramatic.

Il trionfo di "Josephine": trauma e memoria

Questa doppietta, rarissima e preziosa, proietta immediatamente il film nell'orbita della stagione dei premi che conta. Josephine è un dramma psicologico che affonda le radici nella biografia della stessa regista. La narrazione segue una giovane ragazza testimone di una brutale aggressione sessuale in un parco, esplorando le conseguenze devastanti del trauma sulla psiche in formazione.

Ad elevare la materia incandescente del racconto contribuisce un cast in stato di grazia. Accanto alle star Channing Tatum e Gemma Chan, che offrono prove di grande maturità, brilla la rivelazione Mason Reeves, volto nuovo destinato a far parlare di sé. La pellicola ha monopolizzato le conversazioni durante gli otto giorni del festival, confermando la regola non scritta del Sundance: quando un film mette d'accordo critica e spettatori con tale unanimità, la strada verso gli Academy Awards è spianata.

Una storia di prestigio: l'eredità del Grand Jury Prize

Guardando all'albo d'oro, la vittoria di de Araújo assume un significato ancora più profondo, inserendosi in una linea temporale che vede le registe donne dominare la scena creativa del festival. Scorrendo i nomi delle vincitrici passate del Gran Premio della Giuria — da Joyce Chopra con Smooth Talk (1986) a Karyn Kusama con Girlfight (2000), fino alle recenti Chinonye Chukwu (Clemency), Nikyatu Jusu (Nanny) e Alessandra Lacorazza (In The Summers) — appare evidente come il Sundance sia stato, e resti, l'incubatore principale dello sguardo femminile nel cinema contemporaneo.

Inoltre, il "double win" (Giuria e Pubblico) condiviso quest'anno da Josephine lo pone in compagnia di predecessori illustri come Whiplash, Minari e Fruitvale Station. Impossibile dimenticare il caso di CODA, che partendo proprio da questa doppietta al Sundance arrivò a conquistare l'Oscar per il Miglior Film, riscrivendo le gerarchie di Hollywood.

Gli altri verdetti: il reale che ferisce

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Se la finzione ha trovato la sua regina, il cinema del reale non è stato da meno. Nella sezione U.S. Grand Jury Prize: Documentary, il riconoscimento è andato a Nuisance Bear di Gabriela Osio Vanden e Jack Weisman. Un lavoro che conferma l'attenzione del festival per tematiche ambientali e naturalistiche trattate con un approccio visivo innovativo e mai didascalico.

Tirare le somme: la fine di un'era

Mentre i riflettori si spengono e le attrezzature vengono smontate per l'ultima volta a Park City, il bilancio di questa edizione va oltre la lista dei vincitori. Il Sundance 2026 ha rappresentato la chiusura di un cerchio. Lasciare lo Utah significa abbandonare la culla dove il concetto di "indie" è cresciuto, si è evoluto e talvolta si è contraddetto. Il trasloco in Colorado aprirà necessariamente nuove prospettive, logistiche e artistiche. Tuttavia, la qualità della selezione di quest'anno e la forza emotiva di un titolo come Josephine ci rassicurano sullo stato di salute del festival. La location cambia, l'altitudine varia, eppure l'anima del Sundance rimane intatta: un faro capace di illuminare le storie necessarie, quelle che ci costringono a guardare dove spesso preferiremmo chiudere gli occhi.

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