Recensione di Sorry, Baby di Eva Victor. Un film potente su trauma, amicizia e rinascita, al cinema con I Wonder Pictures.
Eva Victor disegna una mappa del dolore dove l'unica bussola è un'amicizia capace di restare, mentre tutto il resto crolla.
[di Massimo Righetti]
Dal 15 gennaio, grazie a I Wonder Pictures, nelle sale italiane è arrivato un oggetto strano e bello, Sorry, Baby. A dirigerlo, scriverlo e incarnarlo c’è Eva Victor, qui in veste di attrice, sceneggiatrice e regista, un nome che dovreste segnarvi da qualche parte, magari vicino a quelli che vi hanno salvato la vita almeno una volta. Accanto a lei, Naomi Ackie e Lucas Hedges costruiscono un mondo che ha l’odore della neve del New England e la consistenza delle cose che si rompono senza fare rumore.
La trama, se di trama si può parlare, è un cerchio. Agnes è una professoressa di letteratura intrappolata nella casa della sua infanzia e in un dolore antico, quello che lei e gli altri chiamano "La Cosa Brutta". Una violenza subita, sì, ma il punto non è l'evento. Il punto è l'eco. Il punto è Lydie, la migliore amica che arriva da New York, incinta, portando con sé il futuro, mentre Agnes è rimasta ferma al passato, congelata in una stasi che sembra non avere fine. C’è un vicino di casa goffo, c’è un uomo che vende panini e che offre l'unica vera eucarestia laica del film: ascolto e cibo.ù
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Ma è nelle pieghe del silenzio che il film trova la sua vera voce, esplorando un territorio sacro e spesso ignorato: l'amicizia femminile come relazione primaria. Lasciate perdere gli amori romantici, quelli sono contorni sfocati. La vera storia d'amore è quella tra Agnes e Lydie. C'è una intimità sconvolgente nelle scene in bagno, mentre si lavano i denti o si scambiano sguardi che valgono più di mille dialoghi. Lydie è l'ancora. È la dimostrazione che si può restare accanto a qualcuno che soffre senza l’ossessione di aggiustarlo, abitando semplicemente lo stesso spazio, con una autenticità tranquilla.
Alla fine, quello che resta addosso non è la disperazione, ma una forma di speranza tenace e malinconica. Come quel momento in un parcheggio deserto, un panino mangiato con uno sconosciuto, o un sussurro a una neonata davanti a un faro. Sorry, Baby ci insegna che il trauma non sparisce, forse diventa solo un rumore di fondo. E che a volte, per ricominciare a vivere, basta qualcuno che ci permetta di essere fragili, senza chiederci scusa.
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