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Di chi sono i nostri giorni? Sorrentino e l'elegia di un potere che non esiste più

Conferenza stampa Roma: Sorrentino svela La Grazia. "Scrivo dialoghi a orecchio e sul set non ho dubbi per il contagiri del denaro"

A Roma il regista e il cast svelano l'anima di La Grazia. Tra la nostalgia per la politica come vocazione, l'arte di scrivere a orecchio e quel cane meccanico che esiste solo per farci ridere.

[di Redazione]

Conferenza stampa LA GRAZIA

Siamo a Roma, oggi. L'aria nella sala degli uffici Fremantle ha quel peso specifico strano che si crea quando si smette di parlare di cinema per iniziare a parlare di vita. Paolo Sorrentino è seduto lì, circondato dai suoi attori, e sembra quasi volersi difendere dalla complessità della sua stessa opera.

Accade qualcosa di rivelatorio all'inizio della conferenza stampa di La Grazia,  prodotto da Apartment (società del gruppo Fremantle), in associazione con Numero 10 e distribuito da Piper Film dal 15 gennaio. Un giornalista prende la parola e suggerisce una via d'uscita dal labirinto: osserva come un film così complesso, stratificato, diventi improvvisamente semplice se lo si guarda tenendosi aggrappati a una sola parola, "grazia", in tutte le sue infinite declinazioni. È come se qualcuno avesse trovato la combinazione di una cassaforte. Sorrentino si illumina, sorride, accoglie quella sintesi come una liberazione: «È molto bella come lettura». In quel momento capiamo. Non serve sezionare il film. Serve trovare la parola giusta a cui appoggiarsi mentre tutto crolla.

la grazia locandina ufficiale
E quello che crolla, nel film, è un certo modo di intendere il mondo e la politica. Toni Servillo, che presta il volto e i silenzi al Presidente Mariano De Santis, ci racconta di un uomo che «intreccia un dialogo tra tempo, memoria e responsabilità». Un uomo che vive l'elaborazione psicologica del potere mentre fuori tutto corre. Sorrentino confessa la sua nostalgia. Ammette senza pudore di essere legato a una figura di politico «più antica, che interpreta la politica come vocazione e professa valori come la responsabilità, la frugalità e la rinuncia». Sentite come suonano queste parole oggi? Frugalità. Rinuncia. Sembrano reperti archeologici. Il regista lo sa, e con amarezza aggiunge che «oggi questi valori si sono un po' dispersi nei politici attuali. Sono nostalgico di figure che vedevano la politica come vocazione piuttosto che come occasione».

Eppure, in questa malinconia istituzionale, c'è la vita che pulsa. C'è Anna Ferzetti, che interpreta la figlia Dorotea. L'attrice racconta il suo viaggio nel personaggio con una sincerità disarmante, parlando di un processo molto spontaneo ma doloroso. La parte più complessa, ci dice, è stata «scoprire questo "sentirsi rotta dentro" perché mi ha portata a vedere cose personali». È la magia della direzione di Sorrentino: le sue didascalie «non ti danno un risultato precostituito, ma ti lasciano libera di capire e sperimentare quello che stai vivendo in quel momento».

Si parla poi di scrittura. Di come nascano quei dialoghi che sembrano sentenze definitive sulla condizione umana. Sorrentino non sale in cattedra. Anzi, riduce tutto a una questione di musicalità istintiva. Scrivere dialoghi, dice, è «un po' come suonare a orecchio: o lo si sa fare oppure non lo si sa fare». Lui, evidentemente, lo sa fare, aiutato da una vecchia passione universitaria per il diritto che gli ha reso «abbastanza facile scrivere le numerose scene in cui Toni e Anna si confrontano sulla materia giuridica».

Ma il cuore pulsante della conferenza, e forse del film stesso, è il rapporto con il dubbio. Mariano De Santis rivendica il diritto all'esitazione. Cerca una "via media". Sorrentino spiega che questo esercizio del dubbio è fondamentale, anzi, è «il dovere di chi ha un potere così alto perché la risolutezza affrettata di oggi porta spesso a smentite il giorno dopo». E qui arriva il paradosso magnifico del cinema. Il regista che elogia il dubbio filosofico del suo personaggio, confessa di non poterselo permettere quando lavora. «Io ho molti dubbi quando scrivo e ho molti dubbi sul casting», ammette Sorrentino, ma poi cambia tono: «Non ho molti dubbi in fase di ripresa, anche perché c'è il contagiri del denaro. Se avessi troppi dubbi mentre giro, mi avrebbero fermato molto prima». Il denaro è l'unico orologio che non ammette esitazioni.

Il discorso scivola su temi enormi. Il fine vita. La libertà. Sorrentino si fa serio: «Sarei molto felice se il film potesse riportare l'attenzione sul tema del fine vita... è un tema enorme, è un tema che ci può riguardare tutti». E poi, d'improvviso, la leggerezza. Quella capacità tutta sorrentiniana di smontare il sublime con una risata. Qualcuno chiede del cane meccanico che appare nel finale. Tutti si aspettano una metafora sulla disumanizzazione tecnologica o sulla solitudine. Sorrentino distrugge ogni sovrastruttura con una scrollata di spalle: «Mi faceva ridere, ho detto 'bello, mettiamolo'. Non c'è altra spiegazione».

Usciamo dalla sala con questa immagine. Un Presidente che cerca la grazia, un'attrice che si sente rotta dentro, e un cane meccanico che cammina senza motivo. E in testa, martellante, quella domanda che dà il titolo a tutto, quella domanda che forse nemmeno Sorrentino sa risolvere, ma che ha avuto il coraggio di porre: "Di chi sono i nostri giorni?".

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