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Perfect Days ovvero il diario di un naufrago nel presente

Perfect Days di Wenders: elogio della routine e del Komorebi. Come trovare la libertà interiore fermando il tempo. Leggi l'analisi.

Valutazione: ★★★★½ (4.5 su 5)

Perfect Days di Wim Wenders: Elogio della ripetizione in un mondo che ha dimenticato come fermarsi.

[di Massimo Righetti]

Perfect Days

Piove, o forse no. Non importa.

Il rumore della scopa sulla ghiaia. Scritch. Poi il silenzio. Poi ancora. Scritch. Comincia tutto da qui. In un cortile di Tokyo, all'alba, dove un uomo piega un futon. Lo fa ogni giorno. Nello stesso modo. Con la stessa, millimetrica, meticolosa cura. Si chiama Hirayama. Pulisce i bagni pubblici di una metropoli che non dorme mai, eppure lui sembra l'unico veramente sveglio. L'unico che abita il tempo invece di attraversarlo in apnea. Wim Wenders lo ha filmato, in Perfect Days, e nel farlo ha costruito una cattedrale. Di silenzio. E di luce. E di una bellezza così semplice da sembrare scandalosa.

Guardo questo schermo. Guardo le notifiche che si accatastano come detriti dopo una mareggiata. La nostra vita. Un'accelerazione costante. Una corsa verso un "poi" che non arriva mai, perché quando arriva è già diventato "prima". Siamo malati di futuro ossessionati dall'evento. Dal nuovo. Dal prossimo. Sempre dal prossimo. E mentre corriamo, con il fiato corto e l'anima in riserva, Hirayama ci guarda. Sorride. Prende un caffè al distributore automatico. Guarda il cielo. E trova tutto.

È lì che qualcosa si rompe. Nello sterno. Un crac secco, come il suono di un ramo calpestato nel bosco. Per questo ho sentito il bisogno fisico di scrivere queste parole, come se fossero una preghiera laica, o forse una resa. Perché guardando quella routine, quella liturgia del quotidiano, quella danza minuscola e perfetta, la struttura portante per la libertà interiore, ho capito l'errore. Il nostro errore. Abbiamo creduto che la libertà fosse fare sempre cose diverse. Sbagliato. La libertà è fare la stessa cosa, ma sentirla tutta. Sentirla respirare. Sentirla esistere. Ogni volta come fosse la prima. O l'ultima.

C'è del coraggio, oggi, nel pronunciare la parola "abitudine" senza vergogna. Quando ne parlo con gli amici o i colleghi ricevo solo sorrisi sarcastici, occhiate di compatimento, perché siamo una generazione alla quale hanno insegnato che l'abitudine è la ruggine. È la gabbia. È il nemico. Invece, per Hirayama, è il ritmo. È la batteria su cui suona la melodia della sua esistenza, ritualizzando l'ordinario. Fare il caffè. Innaffiare le piante. Guidare il furgone ascoltando la voce roca di Lou Reed. Patti Smith. The Animals. Musica che viene da un passato analogico, tattile. Sono i momenti importanti, non i passaggi vuoti tra un momento importante e l'altro. Perchè la ripetizione non spegne il cervello: lo libera. Lo svuota dalla fatica di dover decidere, di dover apparire, di dover dimostrare, e lo lascia nudo davanti al mondo. Pronto a ricevere.

Perfect-Days-komorebi
Cosa? Il Komorebi. È una parola giapponese intraducibile, ma perfetta. Indica la luce che filtra attraverso le foglie degli alberi mossi dal vento. Un gioco di ombre e bagliori che esiste solo in quel preciso istante, irripetibile, fragile come il battito d'ali di una farfalla. Ma che non puoi salvarlo, possederlo nè metterlo su Instagram. Puoi solo testimoniarlo. Puoi solo essere lì. Presente. Intero. Ma per vederlo, devi fermarti. Devi alzare la testa. Devi uscire dal flusso del tempo accelerato, quello cronologico, quello che ti mangia, quello che ti consuma senza nemmeno chiederti il permesso, e entrare nel tempo dell'anima. Il tempo che si dilata. Il tempo che finalmente tace.

È questo che sogno stasera, mentre la città fuori continua a urlare la sua fretta. Sogno di disimparare la velocità. Sogno di trovare la sacralità nel gesto di rifare il letto. Di guardare la pioggia che scende. Di non cercare più la vita nelle pubblicità di futuri scintillanti, ma di trovarla qui. Adesso. Nella polvere che danza in un raggio di sole. Nell'ombra che si sposta sul muro. Nel respiro che entra ed esce. Senza fretta. Senza scopo. 

Wenders non ci ha chiesto di pulire bagni. Ci ha chiesto di pulire il nostro sguardo. Di togliere la patina. La fretta. La paura di perderci qualcosa. Perché quello che ci perdiamo è sempre qui. Sotto il naso, invisibile a chi corre.

Chiudo il diario. Forse domani mattina, quando mi sveglierò, non cercherò subito il telefono. Forse aprirò la finestra. Guarderò il cielo. Respirerò. E se sarò fortunato, se sarò abbastanza coraggioso da non fare nulla, da non riempire il vuoto, da non tradire il silenzio, sentirò quel rumore. Scritch. Il suono meraviglioso, e terribile, dell'adesso.

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