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Il caso Tegaki, ovvero l'arte di salvarsi l'anima vendendosela al nemico

Tegaki: il sito anti-IA costruito dall'IA. Un paradosso etico che svela la nostra ipocrisia. L'arte è salva, ma a che prezzo?

La purezza è un hobby costoso, specie quando la paghi con i soldi del diavolo.

[di Massimo Righetti]

tegaki

Vi è mai capitato, mentre giocate a carte, di capire improvvisamente che la partita è truccata? Ecco, qui siamo esattamente lì. Solo che questa volta il baro non si preoccupa nemmeno più di nasconderlo. Ti guarda e sorride.

La storia è questa, ed è una piccola commedia degli equivoci moderna. C'è un ingegnere, Tochi. Uno che guarda l'internet di oggi, quella discarica a cielo aperto che ci ostiniamo a chiamare "rete", e vede l'apocalisse. Non fuoco e fiamme, ma melma. "Slop", la chiamano. Una marea montante di immagini sintetiche, sogni masticati e rigurgitati da intelligenze artificiali che hanno imparato a dipingere mentre noi eravamo distratti a farci i selfie. O a litigare se il gender reveal party dovesse essere rosa o azzurro.

Allora Tochi decide di fare l'eroe. Crea Tegaki. In giapponese significa "disegnato a mano". Un nome che è già un recinto elettrificato. Lì dentro, decreta Tochi, ci entrano solo gli esseri umani. Per passare la dogana devi spogliarti, mostrare i documenti: i file .psd, i livelli, i video del processo creativo. Devi dimostrare di aver sanguinato su quella tavoletta grafica. Devi provare di essere fallibile. Niente bot. Niente ladri di pixel. Un bunker anti-atomico per illustratori terrorizzati dall'estinzione. Un luogo puro.

Tutto molto nobile. Tutto molto edificante. Se non fosse che, guardando bene le fondamenta del bunker, si scopre che sono fatte della stessa materia radioattiva che volevano tenere fuori.

Eccolo, il paradosso. Quello che ti strappa un sorriso amaro, un sorriso da fine impero. Il genere di sorriso che ti scappa al funerale di qualcuno che odiavi, ma che in fondo aveva ragione. Per costruire in tempi record questo santuario dell'umanità, per erigere le mura che dovevano proteggere l'arte dalla Macchina, Tochi ha usato la Macchina. Ha fatto scrivere il codice all'Intelligenza Artificiale. Per salvare l'artigianato, ha industrializzato il cantiere affidandolo ai robot.

Non c'è nulla di magnifico in questo. C'è solo una pragmatica, gelida ipocrisia. O forse, è semplicemente il suono del futuro. È la certificazione definitiva della nostra resa. Abbiamo tacitamente deciso che esiste una gerarchia razziale delle attività umane: disegnare è sacro, è "anima", è intoccabile; scrivere codice è manovalanza, è idraulica, è "roba per gli schiavi". Accettiamo che un algoritmo scriva l'architettura del mondo in cui viviamo, purché non si azzardi a scarabocchiare la carta da parati. Usiamo il mostro per tenere il mostro fuori dalla porta della cameretta.

Il caso Tegaki non è un incidente. È una diagnosi. È la prova che siamo diventati cinici. O peggio: che siamo diventati cinici senza nemmeno più l'eleganza di ammetterlo. Al pubblico giapponese non importa come è stato costruito il sito, importa solo che non ci siano immagini false nel feed. Il fine non giustifica i mezzi: il fine cancella i mezzi. Ci va bene vivere in una gabbia dorata costruita dall'IA, purché dentro alla gabbia ci lascino giocare con i pastelli credendoci liberi.

Il destino, bisogna ammetterlo, ha un senso dell'umorismo macabro. Ci ha portati esattamente qui, dove voleva lui. A credere di combattere il futuro usando le armi che il futuro ci ha messo in mano per sconfiggerci. Tegaki è un cortocircuito etico formidabile. È il prigioniero che si chiude la cella da solo e ringrazia il carceriere per avergli passato le chiavi. Magari gli lascia pure una recensione a cinque stelle, per il servizio rapido. O forse, solo l'ennesimo, beffardo scherzo di un'epoca che ci sta togliendo tutto, persino la coerenza di odiarla fino in fondo. 

E noi, da bravi scemi, ci alziamo in piedi e applaudiamo.

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