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La solitudine della verità: il cinema venezuelano come memoria di un paese schiacciato

Il cinema venezuelano come atto d'accusa: da Simón a Pelo Malo, viaggio nei film che hanno svelato la verità oltre la propaganda.

Mentre nel 2026 il fragore delle armi riscrive la cronaca, la pellicola custodisce l'anima intatta di una nazione, registrando il lento naufragio con una precisione che nessun dispaccio militare potrà mai eguagliare.

[di Massimo Righetti]

Pelo Malo

Mentre le agenzie di stampa, in questo gennaio 2026, stanno battendo frenetiche le notizie delle manovre militari statunitensi sulle coste venezuelane e il mondo osserva con il fiato sospeso l'epilogo di un'era politica, la verità ha scelto già da tempo di nascondersi altrove. Essa riposa, con la pazienza delle cose eterne, negli archivi di una cinematografia che per oltre un decennio ha accettato il destino solitario di scrivere la cronaca di un paese in caduta libera, soffocato da un regime che aveva trasformato l'assenza di libertà nell'unica aria respirabile. Il cinema venezuelano, in questi anni di colera politico e tempesta, ha rinunciato a essere una fabbrica di illusioni per divenire la scatola nera del disastro, un registro notarile di anime smarrite e corpi offesi che nessun decreto governativo avrà mai il potere di cancellare dalla memoria del mondo.

Laddove la propaganda dipingeva paradisi tropicali e le voci dell'opposizione si perdevano nel vento delle piazze, i registi hanno tessuto la trama della realtà usando i fili della finzione, creando l'unico archivio storico immune all'oblio. Come in una Macondo flagellata da una pioggia incessante di retorica, il cinema è rimasto l'ultimo santuario della verità.

Simone
Basti osservare Simón di Diego Vicentini, un'opera che ha viaggiato clandestina attraverso le frontiere, portando con sé il fardello del dolore. Christian McGaffney, nel volto segnato di Simón, leader studentesco esiliato a Miami, incarna lo spettro di una generazione condannata a vagare tra il rimorso della fuga e il terrore del ritorno. La pellicola trascende la semplice mostra delle cicatrici inflitte dal Colonnello Lugo, quella figura burocratica e terrificante che amministra il male come fosse un ufficio postale, per scavare nel silenzio assordante di chi ha lasciato i compagni indietro. Il trionfo ai festival e l'abbraccio del pubblico confermano che la gente cercava sullo schermo quella dignità che la strada aveva smarrito.

Se la brutalità di stato ha trovato in Simón la sua testimonianza, la ruggine che ha corroso i legami familiari ha avuto in Pelo Malo di Mariana Rondón  il suo profeta involontario. Molto prima che la crisi divorasse ogni cosa, il film aveva già illuminato questa parabola di intolleranza domestica, in cui il sogno proibito di un bambino di lisciarsi i capelli ricci diventava lo specchio di un paese incapace di accettare e amare la differenza, soffocato da un autoritarismo che dalle piazze era colato fin dentro le cucine dei palazzoni popolari. La violenza non era solo nei gas lacrimogeni, ma nello sguardo di una madre indurita dalla miseria.

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E quando la realtà divenne troppo grottesca per il realismo, il cinema rispose evocando i mostri. Infección di Flavio Pedota, bandito e perseguitato dai censori del CNAC, il Centro Nacional Autónomo de Cinematografía, ebbe l'ardire di tramutare il collasso sanitario in una pestilenza di morti viventi. Quegli zombie, che inseguivano i vivi tra le macerie di un sogno rivoluzionario infranto, erano l'allegoria perfetta di uno Stato che divorava i propri figli, un morbo nato dall'incuria e nutrito dal silenzio. Nel divieto imposto dal regime fiorì la conferma che quegli orrori di celluloide erano più autentici delle statistiche ministeriali.

Neppure i miti sacri sono sfuggiti a questo scrutinio impietoso. Niños de las Brisas  di Marianela Maldonado ha dissolto la nebbia dorata attorno a "El Sistema"  delle orchestre, rivelando come dietro la sinfonia dell'eccellenza si nascondesse una lotta per la sopravvivenza, con giovani musicisti trasformati in strumenti di propaganda mentre il mondo crollava attorno ai loro leggii. Il documentario, attraverso gli occhi dei bambini, disegna il ritratto di un paese sotto un regime dittatoriale, mentre la musica classica si rivela uno strumento di resistenza, sopravvivenza e speranza. E mentre milioni di anime prendevano la via dell'esilio, opere come Upon Entry di Alejandro Rojas e Juan Sebastián Vasquez hanno catturato l'angoscia kafkiana del passaporto venezuelano, trasformato in un marchio di sospetto nelle stanze d'interrogatorio degli aeroporti del mondo.

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Tuttavia, anche in questo panorama di rovine fumanti, La Sombra del Sol di Miguel Ángel Ferrer ha saputo scorgere un bagliore. La ballata di due fratelli nell'arida Acarigua, in corsa verso un sogno musicale a dispetto della sordità e della fame, ci rammenta che la dignità umana è un fiore ostinato, capace di bucare l'asfalto più duro.

Oggi, la sentenza della pellicola è inappellabile. Questi film restano lì, testimoni di luce e ombra, pronti a parlare quando il frastuono dei bombardamenti si sarà spento e la polvere della storia si sarà posata. Cercheremo allora la verità lontano dai dispacci militari, trovandola intatta nelle immagini tremolanti di un cinema che ha avuto il coraggio di fissare l'abisso negli occhi senza mai abbassare lo sguardo. Perché in Venezuela, la finzione è stata l'unica via rimasta per raccontare l'indicibile realtà.

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