Sam Neill, il gentiluomo che è entrato in scena in punta di piedi

È morto Sir Sam Neill. Ritratto d'autore dell'attore che recitava per sottrazione, dallo Shakespeare in furgone a Possession.

Ritratto di Sir Sam Neill, morto a settantotto anni: la gentilezza come metodo di recitazione, dallo Shakespeare in furgone al Pinot Noir di Central Otago.

[di Massimo Righetti]

Sam Neill in Jurassik Park di Steven Spielberg

C'è un ragazzino di dodici anni, a Christchurch, che decide di non chiamarsi più Nigel. Balbetta. Sull'ultima consonante inciampa, e allora la elimina: Sam si dice in un fiato. È un piccolo atto di autochirurgia verbale, e nasconde già un metodo: la parola detta si difende sottraendo, non ornando.

Da lì viene tutto: il modo in cui Sir Sam Neill, scomparso oggi a Sydney a settantotto anni, dopo la lunga remissione dal linfoma del 2022, avrebbe recitato per mezzo secolo. E cioè, principalmente, per sottrazione.

Il talento di stare fermo

Bisogna partire da qui, se si vuole capire perché fosse un attore importante e non solo un volto molto conosciuto. Neill apparteneva alla famiglia rara di interpreti che non lavorano sull'espressione ma sulla sua soglia. La macchina da presa gli chiedeva un pensiero e lui glielo dava senza mai chiudere il gesto: le sopracciglia che quasi si alzano, l'ironia che quasi diventa amarezza, l'affetto che quasi diventa desiderio. Il "quasi" era il suo strumento. Entrava in un piano con la prudenza di un ospite educato, e questa prudenza faceva sì che lo spettatore si sporgesse verso di lui, invece del contrario.

La voce, poi. Da quel bambino balbuziente venne uno degli strumenti vocali più riconoscibili del cinema anglofono degli ultimi cinquant'anni: cadenze britanniche e australiane in un impasto vellutato, capace di farsi sussurro, ironia, minaccia o tenerezza senza mai alzare di un semitono.

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Shakespeare in un furgone

Non era nato in accademia, ma in furgone. Alla Canterbury University lo intercetta Dame Ngaio Marsh e gli affida Teseo nel Sogno di una notte di mezza estate, 1969. Nasce il Players' Drama Quartet, quattro attori in minibus che portano il Bardo nelle scuole rurali della Nuova Zelanda. È la palestra che gli dà la dizione e soprattutto l'idea che il monologo migliore è quello in cui la parola pesa più dell'attore. James Mason lo riconobbe al primo sguardo, e gli comprò letteralmente il biglietto per Londra.

Il gentleman scoperchiato da Jane Campion

Il gentleman coloniale è la sua prima galleria: aristocratico, malinconico, capace di soffrire ma non di dirlo. Il modello lo fissa Gillian Armstrong nel 1979 con La Mia Brillante Carriera. Ma è Jane Campion, quattordici anni dopo, a rovesciarne il senso. In Lezioni di piano Alisdair Stewart è ancora il gentleman coloniale, ma la maschera si sfalda. Non sa leggere il silenzio di Ada, non sa cosa farsene del suo desiderio, e quando la violenza arriva, l'ascia, il dito, Neill non la recita come collera: la recita come conclusione logica di un'incapacità di ascoltare. In quella coerenza atroce fra buone maniere e mutilazione si vede quanto la sua gentilezza fosse un metodo, non un limite di temperamento. Il gentleman poteva contenere qualsiasi cosa. Anche l'orrore.

Possession, ovvero il gentiluomo dall'altro lato

Poi c'è il 1981. Berlino Ovest, la città che si divide come una coppia. Andrzej Żuławski gira Possession e affida a Neill il ruolo di Mark accanto a Isabelle Adjani. Chi lo aveva visto soltanto in abito aristocratico non lo riconosce. Qui il gentiluomo viene scoperchiato: parossismo convulsivo, corpo scaraventato contro i muri, occhi in cerca di un centro che non c'è. È il film in cui l'attore delle sottrazioni si concede il massimo dell'addizione, e tuttavia non tradisce il metodo. Anche quel parossismo è controllato, misurato battito per battito, un rilascio strappato al proprio abito. La sua prova più difficile da dimenticare.

Il cappello

Nel 1993 Steven Spielberg gli mette in testa un fedora davanti a un brachiosauro. Diciamolo: Jurassic Park gli ha dato la fama planetaria che tutti gli altri film insieme non avrebbero potuto dargli. Alan Grant era scritto addosso a lui, per quel modo di stare al mondo con la barba di due giorni e la pazienza di chi ha già visto altro. Ma la parte migliore del personaggio non era la meraviglia, quella era di Laura Dern, bensì la stanchezza. Neill portava in scena un adulto che non si stupisce nel modo previsto, e per questo il film funziona ancora. Solo, non era il suo apice: era il ruolo giusto al momento giusto, capitato al meglio degli attori possibili.

Gli ulivi e i cipressi

A Central Otago, dal 1993, coltivava Pinot Noir sotto l'etichetta Two Paddocks. Aveva un maiale di nome Angelica Huston, una gallina Laura Dern, una mucca Helena Bonham Carter: chiamare i propri animali come le colleghe era tenerezza, ironia e distanza dalla mitologia hollywoodiana in una sola mossa.

In remissione apparente della malattia, un anno fa, aveva detto che no, la morte non gli faceva paura: lo "infastidiva soltanto". Aveva piantato ulivi e cipressi, laggiù, e voleva vederli raggiungere la maturità. Voleva vedere i nipoti crescere sotto il portico.

Il ragazzino di Christchurch che a dodici anni aveva scelto di chiamarsi Sam per non inciampare più sulla propria voce si è congedato senza inciampare. Come chi esce da una stanza in punta di piedi, salutando appena, mentre gli altri parlano ancora d'altro.

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