Vicari, Teardo e Oliva ripercorrono Diaz a 25 anni dal G8 di Genova. Serata all'Arena Notti di Cinema a Piazza Vittorio.
Notti di Cinema, XXVI edizione: il regista Daniele Vicari, il compositore Teho Teardo e l'attore Ignazio Oliva dopo la proiezione della riedizione Fandango.
[di Redazione]
Mercoledì 29 luglio 2026, l'Arena Notti di Cinema a Piazza Vittorio a Roma, organizzata da ANEC Lazio, ha ospitato DIAZ – Don't Clean Up This Blood di Daniele Vicari, tornato nelle sale nella riedizione Fandango a venticinque anni dai fatti del G8 di Genova. Sul palco, dopo la proiezione, il regista, il compositore Teho Teardo e l'attore Ignazio Oliva.
Prima della proiezione, la breve introduzione al pubblico fissa il tono della serata. "Sono passati venticinque anni da una delle pagine più buie della democrazia italiana e anche della coscienza democratica".
Alla fine del film, l'incontro porta sul palco i nodi che il tempo non ha sciolto davanti a un pubblico eterogeneo, compresi giovani che all'epoca erano troppo piccoli per ricordare quanto successo.
La lettura di quanto segue prenderà qualche minuto in più del solito. È una scelta editoriale precisa: abbiamo deciso di riportare per intero temi e dichiarazioni perché la profondità dei discorsi e la portata della vicenda meritano di essere restituite senza scorciatoie.
Un film senza protagonista costruito sugli atti del processo
Daniele Vicari parte dalla scelta di struttura del film. "Non ci sono immagini che raccontano cosa è accaduto lì dentro, ma ci sono testimonianze talmente precise che solo a leggerle tolgono il sonno. Ricostruite da più punti di vista, perché l'evento che abbiamo di fronte è un evento di massa. Ogni azione ha più testimoni, ogni azione ha più persone coinvolte, che è l'elemento più stimolante dal mio punto di vista registico. Perché nel film non c'è un protagonista: è protagonista la massa. Sono 140 attori e nessuno è protagonista".
Il rifiuto della figura dell'eroe è una scelta etica prima che formale. "Innanzitutto perché questo è un evento collettivo e lo schema narrativo dell'eroe o dell'antieroe che ti porta dentro quella situazione avrebbe tradito, sia nel bene che nel male, il senso stesso degli avvenimenti. Lo avrebbe tradito nel bene perché non c'è stato nessun eroe in questa storia, e nessun antieroe, ci sono state persone travolte. E lo avrebbe tradito nel male perché non c'è un solo responsabile, non c'è una sola spiegazione, non c'è un solo punto di vista".
L'impianto giuridico del film porta il nome di Francesco Rosi. "Il grande maestro utilizzava, dovendo raccontare cose molto delicate come ne Il caso Mattei, i documenti: quelli della polizia, quelli dei tribunali. Permettono di fare un discorso chiaro e fanno sì che i film possano esistere. Basta una lettera di un avvocato che costa 10 centesimi per fermare un film che costa 10 milioni di euro, dicendo che 'Tizio ha detto una cosa che lede i diritti del mio assistito', e quindi il film non esce al cinema. Noi abbiamo utilizzato gli atti del processo nello stesso modo in cui li avrebbe utilizzati un PM per provare delle cose che sono accadute. Ed è questo il motivo per cui il film non è stato censurato".
All'epoca esisteva ancora la commissione di censura, oggi denominata "classificazione opere teatrali e cinematografiche". Diaz è passato senza limitazioni. "Io ho portato ventimila pagine degli atti del processo, tutte le trascrizioni dei due processi alla commissione, con i post-it gialli con sopra indicato tutte le frasi che abbiamo utilizzato e messo in bocca ai poliziotti. Una commissione di censura, che è un organo dello Stato, non poteva certo smentire la Corte d'Assise di Genova, che è un altro organo dello Stato. È l'unico motivo per cui questo film non ha avuto limitazioni".
Ignazio Oliva è entrato nel film scrivendo una lettera prima ancora del provino. Vicari lo racconta al pubblico. "Ignazio mi ha scritto una lettera, io non avevo ancora fatto un provino a Ignazio, e mi ha detto: 'Daniele, io vorrei far parte di questo racconto perché è un pezzo della mia vita'. Un grande attore che ci ha fatto un regalo straordinario, perché questa passione, questo desiderio di far parte del gruppo, rende onore al mestiere dell'attore. Normalmente un attore vuole essere visto. In questo film gli attori non hanno lottato per essere visti".
Cicerone, Pitagora e gli archi suonati con le unghie: la colonna sonora di Diaz
Alla domanda su come è nata la colonna sonora, Teho Teardo racconta il problema di partenza. "Inizialmente non sapevo da che parte girarmi: il rischio di finire in un patetismo strappalacrime era grosso, e non sono neanche capace di farlo. La vicenda si svolge a terra, e quando a terra vedi che è tutto distrutto, uno che fa? Magari guarda in aria. E così sono andato a rileggermi Cicerone, Pitagora e i rapporti armonici che ci sono tra i pianeti, i numeri e la musica che risponde a tutto ciò. E se a terra tutto era in rovina, in aria tutto funzionava e tutto aveva ancora un equilibrio".
Da lì Teardo ha tirato giù la materia sonora del film. "Sono andato a pescare quell'equilibrio, quei rapporti legati all'eternità, che sono lì da sempre. I pianeti, come i numeri e come la musica, rispondono a una legge. La musica è una legge. Ho cercato pian piano di trascinare giù questa roba e ristabilire un'armonia anche a terra rispetto al disastro che il film indaga. Ho cominciato da rapporti classici e relazioni armoniche classiche".
Il passaggio decisivo è arrivato con la scelta del quartetto d'archi Balanescu e con una richiesta esecutiva fuori dai canoni. "Ho pensato che avrebbe avuto senso lavorare con i Balanescu Quartet, che è un quartetto straordinario di archi. Gli archi sono gli strumenti che uso principalmente nella musica, che amo molto, e pensavo che per questo film avrebbero potuto restituirmi una serie di rapporti armonici in maniera non scontata, non tradizionale. Quando sono stato a registrare a Londra ho detto: 'Invece di usare l'archetto, usiamo le unghie', per avere un suono fortemente abrasivo. Mi ricordo che Alexander Balanescu, che suona ed è il primo violino dei Balanescu Quartet, diceva: 'Ma con le unghie è un po' strano'. E io dicevo: 'Ma dai, Hendrix suonava con i denti, dimmi che puoi suonare con le unghie'".
La richiesta più radicale riguardava il rapporto stesso del musicista con lo strumento. "Soprattutto abbiamo chiesto ad Alex: 'Dovresti pensare, invece di essere un violinista, di essere un sintetizzatore'. Cioè togliere una sorta di umanità che il tuo strumento porta, perché altrimenti temevo che qui diventasse quasi stucchevole per questo film. C'era bisogno di rapporti armonici assolutamente classici, ma presentati in modo pregno del dramma che questo film racconta, quasi metallico".
Ignazio Oliva racconta Genova 2001 e il trauma che resta
Ignazio Oliva, genovese, nel luglio 2001 aveva trent'anni ed era in città. "Elaborare, credimi, ancora oggi non si può. Non ci riesco a elaborare quello che ho visto e vissuto. Delle torture interne non ho vissuto niente, ma ho visto violenza i giorni precedenti, sono riuscito a scappare dai lacrimogeni, dai manganelli. Sono di Genova, conosco la città. Corso Italia, immagini famose, dove la polizia è rientrata per circa un chilometro menando. Come attore è stato un orgoglio esserci".
Il trauma personale non si è chiuso. "Raccontavo a mio figlio poco fa esattamente questo, che io per almeno tre-quattro anni ogni volta che incrociavo una macchina della polizia tremavo. All'aeroporto mi hanno fermato un paio di volte dicendo: 'Che succede? Ma perché?'. Perché ho vissuto il G8. Punto. Quindi elaborare e farlo passare, no, non ci riesco. È ancora qualcosa che, a rivederlo anche questa sera con voi tutti, mi fa ribollire il sangue ancora, purtroppo. A cosa serve? Serve da monito, perché non accadano più: non si può immaginare che in un paese democratico come il nostro possa essere accaduta una cosa del genere, in una manifestazione".
Sul contesto politico dei giorni di Genova, Oliva entra nel dettaglio. "Io non appartenevo a nessun gruppo politico, pur avendo una mia identità, una mia coscienza politica. Mi sembrava un momento alto, per istanze extraterritoriali: non riguardava l'Italia in primo piano, ma il mondo, i paesi meno sviluppati e più bisognosi. C'era una eterogeneità di persone, dalle suore ai verdi, alla sinistra, ai democratici. Un ritrovo importante, un segnale importante. Sì, sono arrivati i Black Bloc, è vero, ci sono stati, e io come tanti altri a Genova li abbiamo cacciati a calci nel c*** fuori dai nostri cortei".
La sua ricostruzione dei tre giorni è netta. "Quello che è successo è che scientemente le forze dell'ordine, i mandanti o comunque coloro che avevano le leve del comando, hanno lasciato fare i Black Bloc per tre giorni di più. Io ho le immagini, le ho consegnate alla commissione parlamentare, dell'assalto dei Black Bloc al carcere. I Carabinieri sono arrivati, sono arrivati i Black Bloc, i Carabinieri hanno fatto retromarcia e loro sono passati. Andati via i Black Bloc, in ogni piazza la polizia caricava il resto dei manifestanti. Chiaramente le suore e le donne in viola alzavano le braccia, le prendevano; le tute bianche hanno reagito, da cui Giuliani e così via. Nel nostro paese ci sono stati tre giorni di assenza totale di diritti sulla leva di una emergenza nazionale, di terrorismo o comunque voglia essere chiamato. Giustizia vera non è stata fatta. Non è stata fatta. Punto".
Teho Teardo aggiunge il suo tassello personale. "Quel giorno ero a Ravenna, stavo lavorando, però mia moglie è andata a Genova. E per molti anni ogni volta che incontravamo una pattuglia di polizia per strada lei era spaventata e dovevamo cambiare strada, proprio allontanarci. E sono dei traumi, questi. Non solo per mia moglie, ma per tanti amici che erano lì. Tutti quelli che conosco e che erano a Genova in quei giorni non mi hanno detto più una parola. Meno male che Daniele si è avventurato in questa idea di fare un film del genere, così chi ha voglia e interesse si può avvicinare a questo anche attraverso un film. Avere dieci anni di distacco da questo è stato un vantaggio, perché ha raffreddato un po' i bollori e forse ci ha resi sufficientemente distaccati per poter raccontare questa storia qui".
Diaz in Romania: il film che qualcuno non voleva far girare
Vicari ripercorre la battaglia produttiva che ha portato Diaz a essere girato al 97% a Bucarest. "Il film non ha avuto nessuna forma di sostegno pubblico in Italia: è stato finanziato da Fandango con fondi propri, dal distributore francese Le Pacte e da un produttore rumeno, che ci ha permesso di girarlo in Romania. Solo una piccola parte a Genova. E quando abbiamo girato a Genova, ci hanno sequestrato tutti i mezzi di scena per una settimana".
La motivazione del sequestro, per lui, non è secondaria. "Era chiaro che questo film non doveva essere fatto. Successivamente lo Stato italiano ha messo un ventesimo del costo del film. Anche se è nulla rispetto a quanto è costato, è un gesto simbolico che è stato molto apprezzato da me come cittadino italiano. Tutto a seguito delle sentenze di terzo grado".
Il regista riconosce il coraggio di Domenico Procacci. "Il produttore è stato coraggioso a mettere in gioco la sua società per realizzare un film che non aveva nessuna forma di finanziamento nazionale. Ma questo è stato anche un bene, perché l'indipendenza assoluta con cui abbiamo fatto il film ci ha permesso di non fare nessun compromesso. È uno dei motivi per cui chi guarda il film sente una grande autonomia, una grande libertà nella rappresentazione".
Oliva aggiunge un dettaglio produttivo eloquente. "Abbiamo avuto enormi difficoltà anche solo per trovare gli sponsor per i costumi dei poliziotti. Non ce n'era uno che voleva dare i costumi a Daniele. Dicevano: 'Ah, sì, Vicari... no, lasciate stare'. Questo per dire il clima".
Sulla vita internazionale del film, Vicari ricorda Berlino e alcune tappe estere. "Il film ha vinto a Berlino il Premio del Pubblico ex aequo con un altro film. È stato venduto praticamente in tutti i paesi del mondo, lo ha comprato persino la Universal International, e questo ha permesso al film di raggiungere territori che sono molto difficili normalmente per il cinema italiano. Fu proiettato a Berlino in una sala con 1400 persone e ci fu un applauso di 25 minuti".
Le reazioni internazionali sono state a volte scardinanti. "Forse la cosa più forte è accaduta in Polonia. In una sala molto bella, alla fine della proiezione erano rimaste due ragazze che non riuscivano ad alzarsi. Erano rimaste scioccate dal film e ci hanno raccontato che le loro famiglie avevano avuto a che fare con gli organi dello Stato e avevano avuto delle disavventure molto pesanti. Un altro avvenimento memorabile è stato a Seattle. C'era un uomo che contestava dicendo: 'Questo film racconta caz**te, non è possibile che la polizia faccia queste cose'. A un certo punto si alza un signore che ha l'età più o meno che ho io oggi, aveva una cartellina azzurra. Tira fuori da questa cartellina le prime pagine dei giornali sui quali era rappresentato il volto di sua figlia, una ragazza americana, violoncellista e disegnatrice, che dentro la Diaz ha avuto tutte e dieci le dita delle mani frantumate".
Dalla Diaz al 2026: la diagnosi di Vicari sulla società securitaria
L'ultima parte dell'incontro prende spunto da un messaggio social di Mina Zapatero, attivista per i diritti umani e traduttrice, una delle vittime degli abusi della Diaz e di Bolzaneto, che oggi paragona la sua esperienza ai racconti dei membri della Flotilla per Gaza: "La privazione dei diritti e l'abuso di potere si somigliano. La violenza non è spontanea, ma controllata e burocratica". La domanda: cosa è cambiato in venticinque anni.
La risposta di Vicari smonta la premessa della domanda. "Secondo me è malposta la questione. Genova è stata la conclusione di un processo storico che è iniziato con la caduta del Muro di Berlino e con l'arrivo in Italia dell'immigrazione di massa, che ha trasformato la forma del nostro Stato. Noi abbiamo cominciato a diventare una società securitaria". Una parabola, sottolinea il regista, che ha attraversato tutti i governi di ogni colore fino a compiersi nel luglio genovese. "Nel marzo di quello stesso anno, a Napoli, sotto un governo di sinistra, accadde la stessa cosa alla caserma Raniero. E alcuni dei poliziotti di Napoli sono gli stessi nomi che ritroviamo nei processi della Diaz".
La trasformazione riguarda anche il rapporto con l'informazione. "È cambiata la forma dello Stato, è cambiato il rapporto tra noi e lo Stato, ed è cambiato il rapporto tra noi e l'informazione. Nel frattempo, abbiamo concesso tutti i nostri dati a entità assurde come le Big Tech, che li utilizzano per fare le campagne elettorali o per vendere prodotti. È cambiata la nostra percezione della democrazia. Genova è la fine di una trasformazione istituzionale ed è l'inizio di un'era in cui stiamo vivendo oggi, basata sostanzialmente sulla sospensione dei diritti delle persone".
Segue la diagnosi frontale sull'attualità. "Il paese capofila dell'Occidente, gli Stati Uniti d'America, in questo momento vede la polizia sparare per strada, arrestare persone che non hanno commesso reati, ammazzare cittadini e farla franca. Se continuiamo a chiederci 'può succedere di nuovo?', giriamo come criceti sulla ruota. È già successo, siamo in un altro momento storico e in un'altra forma di Stato. Siccome è successo, è normale che succeda ancora, perché non ci sono gli anticorpi affinché non accada".
Per Vicari, la responsabilità torna ai cittadini. "Il problema è tra di noi, e siamo noi cittadini che dobbiamo porlo alle istituzioni. Le istituzioni contano proprio sui luoghi comuni, sul senso comune. Non ci vuole niente a far passare le persone per pessimi elementi: basta raccontare che una persona aveva due cose in tasca e finisce nei guai". La trappola, dice, è già scattata: uscirne è possibile solo dal basso, senza attendere aiuti dall'esterno. "Ed è questo il tema vero: come ne usciamo, non come evitare che succeda di nuovo la Diaz. Magari fosse quello il problema; quello è il problema minore che abbiamo".
A una domanda dal pubblico sulla presenza dei Black Bloc dentro la Diaz, il regista è netto. "Se dentro la Diaz ci fossero stati 93 nazisti, io avrei fatto lo stesso identico film. Perché il tema non è chi c'era o meno dentro la Diaz, il tema è la metodologia. La domanda è: in uno stato democratico, la polizia, saltando il processo giudiziario, può arrestarti, ridurti in quelle condizioni, distruggere i tuoi documenti, farti firmare dei verbali falsi, ed emettere un comunicato stampa completamente falso? Tutte queste cose in uno stato democratico possono accadere?".
Sulle tecniche di tortura codificate, il regista entra nel merito operativo. "Centinaia di poliziotti e di poliziotte all'unisono hanno adottato sistemi di tortura codificati nella storia di questo paese e non solo, attraverso tecniche ben precise che tu devi conoscere. Se provo io a torturare lui mi faccio male pure io perché non sono capace, non so come si fa. Devi sapere come si fa. Che cosa succede al corpo umano se tu costringi una persona a stare in piedi per quattro ore su una gamba sola, spegnere e accendere la luce, dare i colpi anziché al ginocchio un po' sopra o un po' sotto: tutte quelle cose lì le devi sapere. Se non le sai, rischi anche di ammazzarlo anziché torturarlo".
Il regista ricorda anche il ritardo storico dell'Italia sul reato di tortura. "Queste cose hanno fatto sì che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo costringesse l'Italia a introdurre il reato di tortura. L'Italia è stata uno degli ultimi paesi europei a introdurre il reato di tortura nel codice penale e a sottoscrivere la convenzione ONU dell'84 sulla tortura".
Il discorso pubblico sul film si chiude con un dettaglio. "Ho letto un'intervista al Venerdì di Repubblica di una ventina di giorni fa, in cui un ex addestratore dei poliziotti dichiara al giornalista Giuliano Foschini che Diaz è stato visto e analizzato nella scuola di polizia. Io questo non lo sapevo, non mi hanno chiesto il permesso. Mi ha colpito perché è una cosa curiosa, interessante, che dice molto su cosa può fare il cinema, a cosa serve. Anche i giudici della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo l'hanno visto: gli avvocati delle parti offese lo sottoposero perché le persone torturate alla Diaz e a Bolzaneto potessero avere i risarcimenti. Il film è stato visto anche al Parlamento Europeo due volte, proiettato nel Parlamento italiano. Questo dimostra che la teoria del grande Rosi era giusta: se tu eserciti la tua libertà con un fondamento reale, allora quello che fai non muore facilmente, resiste al tempo".
Teho Teardo, chiamato in causa sulle reazioni violente circolate sui social alla presentazione della serata, aggiunge un'osservazione culturale. "Una delle domande che mi pongo sempre è sul fatto che abbiamo ancora voglia di farci affascinare dalla violenza. C'è una fascinazione per la violenza che sta dentro e fuori i movimenti, a destra come a sinistra. A me non me ne frega un c*** della violenza, però vedo che c'è sempre questa cosa che si innesca facilmente. L'ho visto anche in questi giorni: la vicenda della Diaz ritorna fatta con lo stampino, penso a pochi giorni fa in Piemonte, con le stesse dinamiche, lo stesso gioco delle parti. E da ambo le parti la cosa che accomuna è che c'è uno che mena e dall'altra parte c'è un altro che mena".
L'ultima domanda, a Teho Teardo, riguarda la collaborazione lunga con Vicari, da Il passato è una terra straniera del 2008 fino ad Ammazzare stanca del 2025, e chiude la serata in una scena privata. "Io ho un po' di fotografie fatte a lui in studio nel corso degli anni. È sempre lui seduto lì, io di fronte, lo fotografo a volte a tradimento e ne sono molto affezionato. In quella stanza c'è lui sul divano, di fianco un monitor con il suo film, e io con una chitarra. Ho suonato un sacco di musica per i suoi film con lui accanto; non mi è mai successo con nessun altro. Non mi piace neanche che un regista venga in studio mentre devo suonare, però con Daniele sì. Sono un musicista, posso improvvisare in qualsiasi situazione, ma col cinema è una cosa molto diversa, molto più intima. Se mi chiedi com'è, ho una galleria di belle fotografie di Daniele seduto lì e questa cosa la tengo proprio nel cuore".
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