Dacia, Vita Mia – Dialoghi Giapponesi: la recensione del documentario di Izumi Chiaraluce che mette in salvo una voce
Il documentario di Izumi Chiaraluce evoca la Maraini bambina nel Giappone del 1943. All'arena di Piazza Vittorio il 14 luglio.
In versione estesa a Notti di Cinema a Piazza Vittorio, il film di Izumi Chiaraluce racconta Dacia Maraini bambina e la fame che imparò a diventare parola.
[di Massimo Righetti]
Una voce. Nel buio. Dentro una stanza di legno che ha imparato a memoria il freddo. Una lampada, parsimoniosa. La voce di una madre. Racconta a sua figlia la storia di un pranzo che non c'è. Non esiste, quel pranzo. È un'assenza. Ma la voce, sì. Quella c'è. Ed è da lì, da quella voce paziente e ostinata che si mette a preparare una cena impossibile per una bambina affamata, che vorrei cominciare a raccontare Dacia, Vita Mia – Dialoghi Giapponesi, il documentario firmato da Izumi Chiaraluce.
Ha compreso, la regista. Una di quelle cose che si dicono in una riga e si imparano in una vita. L'origine di una scrittrice non si spiega. Si evoca. Per stringere al petto una convinzione fragile. E portarla in salvo.
L'opera prima di Izumi Chiaraluce e il libro di Dacia Maraini
Il film è passato alla ventesima Festa del Cinema di Roma, sezione Freestyle Arts e il 14 luglio, nella storica arena romana Notti di Cinema a Piazza Vittorio, è stata proiettata la versione estesa di 85 minuti seguita dall'incontro con il pubblico con Dacia Maraini e la regista. Un debutto al lungometraggio, quello di Izumi Chiaraluce, che dalle arti visive porta un'attitudine rara: guardare dentro le parole. Il libro da cui parte è Vita mia che Dacia Maraini ha consegnato a Rizzoli nel 2023. Lì ha depositato una guerra che era stata sua, custodita in un cassetto per ottant'anni. Chiaraluce ne estrae l'anima. Si fida della lettera quando è necessario. E sceglie l'assonanza quando l'emozione lo esige. Perché in fondo, tradurre il ricordo significa questo: accettare che ogni memoria sia un esilio, e che ogni parola sia l'illusione di poter curare la condizione umana.
L'immaginazione come pane: la nascita di una scrittrice nel tempio di Kōsai-ji
Il centro incandescente del film sta lì. Nella scoperta, per una bambina di sette anni con la fame per compagna di stanza, che le parole si mangiano. Padre e madre le raccontano fiabe, miti, ricette impossibili, e nel farlo le costruiscono il primo alfabeto della sopravvivenza. Da quell'alfabeto nascerà, decenni dopo, un teatro, una poesia, una rete di romanzi. Il film lo sussurra piuttosto che gridarlo.
Ed è qui, credo, che si misura la vera intelligenza dell'opera. Chiaraluce ha costruito una grammatica cinematografica che sa restare sotto voce. Una sintassi silenziosa, con la lingua giapponese in filigrana. Si sente pulsare il ma, l'intervallo pieno di senso che dà respiro fra un'immagine e l'altra. Si sente il mono no aware, la commozione delicata davanti alla caducità delle cose, che detta la temperatura del montaggio. E si sente la lezione del Nō. Quel teatro di spiriti in cui vivi e morti calpestano la medesima scena, scambiandosi conforto. Come se il tempo fosse solo una convenzione stipulata a malincuore. È così che la voce di Maraini abita le immagini del passato: come se il passato fosse qui, adesso, nella stanza accanto.
Il ritorno in Italia e la memoria come atto etico
Poi il ritorno, l'Italia, 1946. La bambina aveva imparato una società a bassa voce. Che stava dentro la parola noi. Che misurava il gesto. Trova un paese dove ognuno è tornato a essere un io singolo. In cerca di posto. Un cambio di grammatica sociale che diventerà uno dei fili rossi del teatro della Maraini. Chiaraluce sfiora questo passaggio con la delicatezza necessaria, poi lo lascia lì, addosso a chi guarda. Mette le cose al giusto posto, e aspetta.
Ed è dentro quella attesa che vive la seconda tesi implicita del film, quella che gli dà attualità senza sporcarla con la retorica del comizio. La memoria come pratica civile. Ricordare i campi di internamento del quarantatré significa, per Maraini, ricordare tutti i campi profughi di oggi. La fame di allora e la fame di adesso. Le parole recenti della scrittrice sui civili annientati nella Striscia di Gaza, sulla vendetta come logica arcaica delle nazioni, attraversano il film sotto pelle e lo tengono aperto sull'oggi.
Un cerchio che si chiude al buio
Torna, alla fine, la voce nel buio. Una madre che racconta, una figlia che ascolta, un pranzo che non esiste. Dopo ottantacinque minuti, quella voce ha un altro peso. Ora sappiamo che sopravviverà. Che diventerà scrittura, teatro, poesia. Che ottant'anni dopo sarà ancora capace di parlare al presente di una fame che aveva sette anni. E che Izumi, guardandola, ne farà un film per non farla sparire.
Ecco, credo sia questa la cosa più straziante e bella che Dacia, Vita Mia – Dialoghi Giapponesi riesce a compiere: Mette in salvo una voce. Perché resti.
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