C'era una volta una curva vuota: peggior sceneggiatura non originale

Ventuno anni di horror amministrativo firmato Lotito. La curva è vuota, i conti in rosso. La recensione che nessuno voleva scrivere.

Ventuno anni di un film horror firmato Lotito: bilanci in rosso, stadi vuoti e un "Sogno Responsabile 2032" che nessuno ha chiesto.

[di Massimo Righetti]

Curva Nord Stadio Olimpico - Derby

Luci sulla Scena è un webmagazine che parla di cinema. E ogni tanto ci tocca recensire anche film horror. Il genere non mi piace. Lo lascio agli altri. Ma qui siamo di fronte a qualcosa di talmente infimo da renderlo impossibile da ignorare. Perché questo è l'unico film in cui ho smesso di avere paura da tempo, e ho cominciato ad avere vergogna. Non per il mostro. Per noi tifosi, che siamo ancora qui.

Questa è quella recensione.

Horror amministrativo

Chiamiamolo con il suo genere, perché la critica ha il dovere della precisione: quello che la S.S. Lazio offre da ventuno anni è horror amministrativo. Produzione indipendente. Budget gestito con una parsimonia che rasenta il disturbo ossessivo-compulsivo. Regia: Claudio Lotito. Unico nome nei titoli di testa, unico nome nei titoli di coda, produttore, sceneggiatore, cassiere e pure maschera all'ingresso. Unico nome che appare ogni volta che qualcosa va storto, che è sempre. La trama non cambia perché il regista non sa riscriverla, o forse perché ha deciso che il pubblico non meriti una storia migliore. Il risultato è uno di quegli oggetti cinematografici che non trovi su nessun cinema, su nessuna piattaforma, non per scelta artistica, ma perché nessuno con un minimo di amor proprio pagherebbe per vederlo.

La curva è vuota. Non dal derby. Da mesi.

E non per rassegnazione, che sarebbe già grave, ma per scelta consapevole, dichiarata, firmata da ogni gruppo organizzato del tifo biancoceleste. La Curva Nord non è andata a vedere il film. Ha letto la sceneggiatura, ha riconosciuto il copione, ha detto no. Nel lessico del calcio si chiama sciopero del tifo. Nel lessico del cinema si chiama il peggior segnale possibile: quando il pubblico smette di comprare il biglietto, non c'è trailer o comunicato stampa autocelebrativo che tenga.

I motivi li conoscono tutti, e non è questo il luogo per elencarli come crediti tecnici. Basta sapere che la Curva ha scritto quello che molti tifosi pensano da anni senza avere il coraggio di dirlo: che Lotito ha dimostrato di non saper gestire il presente, figurarsi il futuro. Che il mercato viene trattato come una voce di bilancio da comprimere, non come uno strumento sportivo. Che i tifosi vengono menzionati nei comunicati societari e interpellati mai. Che c'è una frase, pronunciata dal presidente, pubblicamente, senza ironia apparente, che funziona da epitaffio perfetto per questa gestione: "La storia della Lazio non la devo distruggere pensando per forza di raggiungere un risultato sportivo."

Tenetela in mente. Recitiamocela insieme ogni volta che ci viene il dubbio di stare esagerando.

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Il villain

Il villain di questo film non spaventa più. Stanca. Ti fa guardare l'orologio, ti fa chiedere come sia possibile che nessuno intorno a lui abbia mai trovato il coraggio di dirgli che la sala è vuota, e che la sala vuota non è un problema del pubblico.

Nel frattempo, i conti parlano da soli. La società ha fatturato 143,5 milioni di euro nell'ultimo esercizio registrando perdite per 17,1 milioni, dovute, tra le altre cose, all'assenza dall'Europa che conta per il secondo anno consecutivo. Il modello Lotito si fonda su incastri fragili tra le sue aziende, finalizzati a una perenne sopravvivenza senza mai concretizzare iniezioni di capitale per la crescita sportiva. Tradotto: si galleggia. Con quella grazia pesante di chi ha tutto il materiale per fare qualcosa di grande e sceglie sistematicamente, stagione dopo stagione, di lasciarlo marcire in magazzino.

E mentre la squadra affondava, cosa faceva la dirigenza? Posava a New York per suonare la campanella del Nasdaq, il gesto simbolico più costoso e più inutile che si possa compiere mentre la rosa si svuota. Promuoveva una conferenza di internazionalizzazione dal titolo, e giuro che non lo sto inventando,  Lazio 2032 - Il Sogno Responsabile, poi frettolosamente posticipata perché la realtà del 2026 era troppo imbarazzante per starle accanto in pubblico. Lo stadio Flaminio: plastici e promesse, nel migliore dei casi dopo il 2030, nel peggiore mai. Fuori dall'Olimpico i tifosi sfilavano a Ponte Milvio, le famiglie portavano i bambini a protestare; la dirigenza era dall'altra parte del mondo, distratta da scenografie faraoniche costruite sul nulla.

Ma il dettaglio più cinematograficamente preciso, la scena che nessuno sceneggiatore di mestiere oserebbe scrivere per paura di sembrare troppo, lo ha consegnato Igli Tare, ex direttore sportivo. Ha raccontato che durante le trattative di mercato, le più delicate, le più logoranti, Lotito si addormentava. E si svegliava di soprassalto alzandosi di scatto: "Un milione? No!" Evidentemente, il terrore di investire lo perseguita anche nella fase REM. Nessuna aggiunta necessaria. Questo è il sistema decisionale che ha governato la Lazio per ventuno anni. Questo è l'uomo che parla di futuro.

Il pubblico ha già lasciato la sala

Il difetto non è la sconfitta nel derby. Le sconfitte nel derby fanno parte del genere, sono il jumpscare del calcio, ci si riprende. Il difetto è strutturale, è nell'economia narrativa dell'intera storia: una squadra senza obiettivo non genera tensione drammatica. Genera indifferenza. E l'indifferenza, nel calcio come nel cinema, è la morte silenziosa di tutto.

La Curva Nord ha scelto di stare fuori. Non per non voler bene alla Lazio, lo ripetono in ogni comunicato con una stanchezza che è più eloquente di qualunque insulto. Ma perché sostenere questa squadra, dentro questo stadio, sotto questa presidenza, è diventato un gesto che assomiglia troppo alla complicità. Restare sugli spalti significa comprare il biglietto. Comprare il biglietto significa finanziare la produzione. E nessuno, con un minimo di rispetto per sé stesso, paga per rivedere lo stesso film horror ogni domenica.

Epilogo

La prossima stagione partirà con gli stessi annunci. Le stesse promesse architettoniche su stadi che non esistono. Gli stessi piani quinquennali pronunciati con la solennità di chi pensa di aver costruito la Cappella Sistina e invece ha tirato su un garage per le biciclette. Lotito parlerà di futuro con quella faccia da uno che il futuro lo ha già deciso; e il suo futuro assomiglia molto al presente, e il presente assomiglia molto al passato, e il passato sono ventuno anni.

Ventuno anni.

Questa è la vera cifra. Non una stagione storta, non un ciclo da rifondare, non una traversa al novantesimo. Ventuno anni di un'unica regia, un'unica visione mentre fuori la squadra si smantella da sola. Ventuno anni in cui la parola ambizione è stata usata esclusivamente in senso personale. Ventuno anni in cui il tifoso è stato trattato come una risorsa da estrarre, abbonamenti, biglietti, merchandising e non come la ragione per cui tutto questo dovrebbe esistere.

Il pubblico ha capito prima del critico. Ha capito che non c'è un secondo atto. Che non c'è una svolta. Che questo mostro non si trasforma, non si redime, non impara la lezione nel terzo atto come vuole la struttura classica. Rimane lì, sul palco, con gli occhi chiusi e il suo Sogno Responsabile 2032, convinto che la sala sia piena, incapace di distinguere il silenzio dal consenso, e probabilmente non saprà mai la differenza.

La sala è vuota, il mostro si ostina a recitare ancora. Senza capire che il silenzio, quando diventa abbastanza pesante, cade. Non avvisa. E fa un rumore enorme.

The end.

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