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L’Apocalisse in un bicchiere d’acqua (e altre storie di corrente)

L'AI ha sete. Washington firma accordi, ma i data center prosciugano il futuro. Il paradosso ambientale del 2026 spiegato e svelato.

Washington firma la pace "volontaria" col Silicio, ma i data center bevono come spugne. Cronaca di un futuro digitale che ci sta prosciugando il presente, un kilowatt alla volta.

[di Massimo Righetti]

bicchiere d'acqua energia generata

Un om tibetano. Meccanico. Costante. Recitato da milioni di ventole che girano all'unisono, disperse nel deserto del Nevada o in qualche capannone anonimo della Virginia. È il suono del pensiero sintetico. È il suono di Dio che fa i calcoli. O forse, più banalmente, è il lamento di un frigorifero che sta per rompersi perché la rete elettrica ha il singhiozzo.

Washington, inizio 2026. La scena è teatrale. L'amministrazione convoca i Titani del silicio. Non ci sono spade, solo penne stilografiche. Sul tavolo c'è un accordo. "Volontario", così dice il governo. Una parola bellissima. Soffice. Come un cuscino di piume su cui soffocare delicatamente la realtà. L'obiettivo è la sostenibilità. Il metodo sono i principi. Non le leggi. I Principi. L'idea è sublime: permettere all'America di vincere la corsa all'oro digitale, perché di questo si tratta, di una corsa forsennata verso l'orizzonte, proteggendo al contempo la signora Maria di Dayton, la casalinga di Voghera a stelle e strisce, dall'aumento della bolletta della luce. È un capolavoro di diplomazia magica. Come promettere a un bambino che può mangiare tutta la torta che vuole senza che gli venga mal di pancia. E senza che la torta finisca mai.

Poi però, basta leggere le note a margine della storia e lì emerge la verità. Si vuole l'Intelligenza Artificiale. La si vuole adesso. Si vuole che curi il cancro, che scriva sonetti migliori di Petrarca, che prenda una nostra foto e generi un video dove balliamo come Snoop Dogg. Ma questa intelligenza, per esistere, deve mangiare. E ha una fame atavica. Mangia energia. Mangia acqua. Mentre i comunicati stampa parlano di "armonia ecologica", i data center stanno bevendo falde acquifere intere per raffreddare i loro bollenti spiriti di silicio.

Poi ci sono i numeri. E quelli non sanno mentire. Un singolo data center di ultima generazione beve l'energia di una città intera. Google e Microsoft hanno visto le loro emissioni di CO₂ aumentare di quasi il 50% in cinque anni, proprio mentre pubblicavano impegni ambiziosi verso la neutralità carbonica. L'acqua necessaria al raffreddamento? In Arizona, dove l'acqua è già un miraggio, un data center medio evapora milioni di litri al giorno. Acqua che non torna. Evaporata. Sacrificata per generare l'immagine di un gatto che suona il piano.

Siamo di fronte al paradosso definitivo. Roba che non farebbe piangere Kafka, no. Lo farebbe annuire. Riconoscerebbe la Metamorfosi: non Gregor Samsa che si sveglia scarafaggio, ma la logica umana che si sveglia mostruosa, capovolta. Si dice che l'AI salverà dal cambiamento climatico. Ottimizzerà le reti. Inventerà nuovi materiali. Ci regalerà la fusione fredda. È magnifico. Ma per elargire questa salvezza futura, l'AI sta chiedendo un anticipo esorbitante sul presente. Sta chiedendo di riaccendere le centrali a carbone perché le rinnovabili sono troppo lente. Sta chiedendo il nucleare "tascabile" – i famigerati SMR, reattori modulari piccoli come un container, carini come un giocattolo, da piazzare dietro al server come si piazza un gruppo elettrogeno.

E infatti stanno già accadendo cose notevoli. Microsoft ha riaperto Three Mile Island, il reattore nucleare simbolo del disastro atomico americano, solo per alimentare i suoi data center. Amazon ha investito mezzo miliardo in reattori da giardino. Nel frattempo, in Virginia, il cuore pulsante della rete mondiale, le utility stanno considerando di costruire nuove centrali a gas. Non domani. Oggi. Mentre a Bruxelles si discute di Green Deal, lì si gettano fondamenta per bruciare metano per i prossimi trent'anni.

Il cinismo di questa transizione è di una purezza cristallina. Diciamo di voler salvare il pianeta, ma intanto aumentiamo le emissioni assolute per alimentare la macchina che dovrebbe dirci come ridurle. È come bere vodka per curare l'alcolismo, convinti che se beviamo abbastanza velocemente, alla fine troveremo la sobrietà sul fondo della bottiglia.

Le aziende promettono trasparenza. "Radicale trasparenza", dicono. Ma i numeri sono testardi. La capacità deve raddoppiare in due anni. E quel "volontario"? Significa che nessuno controllerà. Nessuna sanzione. Nessun arbitro. Solo report annuali che le aziende scriveranno da sole. È la versione corporate del tema scolastico "Cosa ho fatto durante le vacanze": puoi scrivere quello che ti pare, tanto il professore non andrà mai a controllare se sei stato davvero al mare.

Goldman Sachs stima che entro il 2030 i data center consumeranno l'8% dell'elettricità americana, contro il 3% attuale. Non sono previsioni astratte. Sono contratti già firmati, turbine già ordinate, cavi già posati. Da qualche parte, nel silenzio di una sala server, un processore si surriscalda, una ventola accelera, e un altro litro d'acqua evapora nel nulla.

Si torna a quel mantra, allora. Non è più un om. Ad ascoltarlo bene, adesso, assomiglia al rumore di un contatore che gira troppo veloce. E il conto, inevitabilmente, sta per arrivare. Forse non oggi. Forse non domani. Ma quando arriverà, sotto forma di blackout estivi o falde prosciugate, ci ricorderemo di questo inizio 2026. Di quando avevamo ancora la possibilità di scegliere. E scegliemmo di firmare un accordo.

Volontario.

LEGGI ANCHE: Lento è Bello: L’arte di fermare il tempo (e risparmiare acqua) nel deserto cileno

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