Milano-Cortina 2026: il curling, Amendola e l'arte di scivolare. Un elogio semiserio alla "mossa del pinguino" e ai sogni precari.
Milano-Cortina, il ritorno della febbre del Curling e quel film di Amendola che aveva capito tutto prima di noi. Perché la vita, in fondo, è solo una Stone lanciata verso il nulla.
[di Massimo Righetti]
C'è questo suono. Un fruscio. Come di seta strappata. O di un respiro che non finisce mai. Poi, all'improvviso, atleti che gridano a un pavimento come se il pavimento potesse sentirli e atleti che spazzano un pezzo di ghiaccio con la furia di chi deve cancellare un peccato mortale. O almeno la cronologia del browser per non lasciare tracce sconvenienti. E poi, il silenzio. La pietra si ferma. Bocciata.
Siamo onesti. Fino all'altro ieri, per noi il curling era un mistero glorioso. Un'allucinazione collettiva che ci prendeva ogni quattro anni, come l'influenza, o la voglia di iscriversi in palestra. Guardavamo quei tizi con le scarpe diverse, una che scivola, l'altra no, metafora perfetta della nostra schizofrenia quotidiana, e pensavamo: ecco, questi hanno capito tutto. Non corrono. Scivolano.
Stiamo guardando un documentario sulla teologia della sopravvivenza. Ma è una fede divisa in due regni. C’è la geometria della perfezione, quella olimpica, che appartiene agli dèi del ghiaccio. E poi c’è l’altra. Quella del pavimento. Quella della "Mossa del Pinguino".
Bisogna avere il coraggio di guardarla per quello che è. Non un’invenzione tecnica sgangherata o un trucco da circo per chi non sa stare in equilibrio. È una teologia della caduta necessaria per chi ha capito che il talento non basta. Che la grazia non era inclusa nel pacchetto base. Allora si smette di fingere di saper scivolare in piedi. Si accetta la gravità. Si firma un patto col pavimento e ci si butta a terra. Pancia in giù. E si spinge.
Siamo tutti lì, in fondo. In bilico su scarpe sbagliate. Con un piede nel sabato sera e l'altro nel lunedì mattina. Non cerchiamo medaglie. Cerchiamo solo che la nostra pietra, quel grumo di sogni pesanti che ci portiamo dietro come bagaglio a mano su un volo Ryanair, entri nel cerchio. Magari scivoliamo male. Magari la gente ride. Ma finché stiamo spingendo, anche col naso a un millimetro dal suolo, anche senza ghiaccio sotto la pancia... Non siamo caduti, stiamo solo prendendo la rincorsa. O almeno così ci raccontiamo mentre strisciamo.
Lo sento ancora quel fruscio. La pietra scivola. Non so se arriverà al centro. Non so se boccerà quella degli altri o se finirà fuori pista, nel nulla cosmico. Ma la vedo andare. Lenta. Inesorabile. E per un attimo, mi viene una voglia matta di prendere una scopa. E iniziare a pulire, furiosamente, la strada davanti a lei. Perché in fondo, che sia una medaglia olimpica o una pentola a pressione lanciata su un pavimento di linoleum, stiamo tutti cercando la stessa cosa. Che il nostro lancio, per quanto sbilenco, arrivi a casa pulito.
Bocciata. Sorrido.
A meno che non abbia superato la Hog Line ma in caso, nego tutto. Non ero io. Era il pinguino.
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