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Scivolare senza cadere: elogio del Pinguino e della scopa che pulisce i sogni

Milano-Cortina 2026: il curling, Amendola e l'arte di scivolare. Un elogio semiserio alla "mossa del pinguino" e ai sogni precari.

Valutazione: ★★★½☆ (3,5 su 5)

Milano-Cortina, il ritorno della febbre del Curling e quel film di Amendola che aveva capito tutto prima di noi. Perché la vita, in fondo, è solo una Stone lanciata verso il nulla.

[di Massimo Righetti]

Stefania Costantini - Curling

C'è questo suono. Un fruscio. Come di seta strappata. O di un respiro che non finisce mai. Poi, all'improvviso, atleti che gridano a un pavimento come se il pavimento potesse sentirli e atleti che spazzano un pezzo di ghiaccio con la furia di chi deve cancellare un peccato mortale. O almeno la cronologia del browser per non lasciare tracce sconvenienti.  E poi, il silenzio. La pietra si ferma. Bocciata.

Siamo onesti. Fino all'altro ieri, per noi il curling era un mistero glorioso. Un'allucinazione collettiva che ci prendeva ogni quattro anni, come l'influenza, o la voglia di iscriversi in palestra. Guardavamo quei tizi con le scarpe diverse, una che scivola, l'altra no, metafora perfetta della nostra schizofrenia quotidiana, e pensavamo: ecco, questi hanno capito tutto. Non corrono. Scivolano.

Stefania-Costantini-e-Amos-Mosaner-i-volti-del-curling-italiano-alle-Olimpiadi-invernali-2026
Ora che le Olimpiadi di Milano-Cortina hanno riaperto il sipario, ci siamo ricascati. Tutti. Siamo lì, ipnotizzati davanti alla tv, a guardare Stefania Constantini e Amos Mosaner. Lei, con quello sguardo che potrebbe tagliare il vetro. Lui, con la calma di chi ha visto l'abisso e ha deciso di farci una partita a bocce. Sono belli. Sono algidi. Sono i sacerdoti di una geometria che ci sfugge. E noi, dal divano, con la copertina di pile e le briciole dei cracker sulla pancia, ci sentiamo improvvisamente parte di qualcosa. Ci sentiamo strateghi, dei generali. Napoleone con le pantofole esperti di take-out, di guardie, di house. Eravamo un popolo di santi, poeti e navigatori. Ora siamo un popolo di spazzatori di ghiaccio. O forse lo siamo sempre stati. D’altronde, eravamo destinati a questo sport. Non perché amiamo il ghiaccio, ma perché siamo abituati a pulire dove passano gli altri, sperando che il risultato finale sia decente.

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Ed è proprio lì, nel bagliore accecante di quella perfezione olimpica, che ho sentito una fitta. Un ricordo storto. Non di una vittoria. Ma di un tentativo. Mi sono rivisto in quei quattro fantastici disperati. La Mossa del Pinguino. Edoardo Leo, Ricky Memphis, Ennio Fantastichini, Antonello Fassari. Il dream team dell'insuccesso italiano. Naufraghi. Uomini con la vita ammaccata come una macchina di terza mano, che decidono di sfidare il mondo sul linoleum di un appartamento di periferia. Con le pentole a pressione al posto delle stone e le scope della saggina a grattare via la polvere dei loro fallimenti. La differenza tra la fisica quantistica e l'arte di arrangiarsi a Roma Sud. Una fa vincere l'oro, l'altra fa il sugo. E forse, se ci pensiamo bene, oggigiorno il sugo è più importante della gloria. Si rideva, guardandoli. Ma era una risata che restava in gola, come una lisca. Perché guardando Stefania e Amos, vedi chi vorremmo essere. Ma guardando loro, quei quattro cialtroni collaudati, vedi chi siamo e allora capisci che non stiamo guardando uno sport. 

Stiamo guardando un documentario sulla teologia della sopravvivenza. Ma è una fede divisa in due regni. C’è la geometria della perfezione, quella olimpica, che appartiene agli dèi del ghiaccio. E poi c’è l’altra. Quella del pavimento. Quella della "Mossa del Pinguino".

Bisogna avere il coraggio di guardarla per quello che è. Non un’invenzione tecnica sgangherata o un trucco da circo per chi non sa stare in equilibrio. È una teologia della caduta necessaria per chi ha capito che il talento non basta. Che la grazia non era inclusa nel pacchetto base. Allora si smette di fingere di saper scivolare in piedi. Si accetta la gravità. Si firma un patto col pavimento e ci si butta a terra. Pancia in giù. E si spinge.

La Mossa del Pinguino
Ci abbiamo messo vent’anni esatti. Dal 2006 di Torino, sognato nel film, a questo 2026 di Milano-Cortina. Vent’anni per capire che quella mossa non era una gag, ma l'unica strategia geopolitica rimasta all’Occidente che possiede una sua straziante bellezza. L’arte suprema di trasformare una sconfitta in un sistema di locomozione. Non rialzarsi subito, con l'affanno di chi deve fingere che non sia successo nulla. No. Abitare quella caduta. Usarla per avanzare di un metro ancora. Fare della propria umiliazione una strategia di movimento scivolando sul proprio fallimento con l’eleganza goffa di chi ha intuito una verità segreta: che arrivare al centro del cerchio strisciando, a volte, vale doppio. O almeno non vale meno. Lì, pancia a terra, la dignità non si perde. Si rifonda.

Siamo tutti lì, in fondo. In bilico su scarpe sbagliate. Con un piede nel sabato sera e l'altro nel lunedì mattina. Non cerchiamo medaglie. Cerchiamo solo che la nostra pietra, quel grumo di sogni pesanti che ci portiamo dietro come bagaglio a mano su un volo Ryanair, entri nel cerchio. Magari scivoliamo male. Magari la gente ride. Ma finché stiamo spingendo, anche col naso a un millimetro dal suolo, anche senza ghiaccio sotto la pancia... Non siamo caduti, stiamo solo prendendo la rincorsa. O almeno così ci raccontiamo mentre strisciamo.

Lo sento ancora quel fruscio. La pietra scivola. Non so se arriverà al centro. Non so se boccerà quella degli altri o se finirà fuori pista, nel nulla cosmico. Ma la vedo andare. Lenta. Inesorabile. E per un attimo, mi viene una voglia matta di prendere una scopa. E iniziare a pulire, furiosamente, la strada davanti a lei. Perché in fondo, che sia una medaglia olimpica o una pentola a pressione lanciata su un pavimento di linoleum, stiamo tutti cercando la stessa cosa. Che il nostro lancio, per quanto sbilenco, arrivi a casa pulito. 

Bocciata. Sorrido. 

A meno che non abbia superato la Hog Line ma in caso, nego tutto. Non ero io. Era il pinguino.

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