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Fabrizio Corona Io sono notizia: l’apocalisse in salotto e la gentrificazione del trash (in 4K)

Fabrizio Corona: Io sono notizia: Come Netflix ha gentrificato il trash trasformandolo in finto cinema d'autore e perché l'unica salvezza è il cinema.

Da Fabrizio Corona a Ilary Blasi: come Netflix ha trasformato la spazzatura in oro colato. E perché stiamo applaudendo mentre il cervello ci va in pappa.

[di Massimo Righetti]

Fabrizio Corona io sono notizia

Siamo onesti, una buona volta. Non è più soltanto una questione di guardare la televisione. È una faccenda di stomaco. Siamo lì, stravaccati sul divano come otarie spiaggiate in un mare di pixel, con gli occhi sbarrati e una fame chimica di disastri altrui. C’è nell’aria quel tanfo dolciastro di formaldeide e disperazione, e noi lo respiriamo a pieni polmoni mentre l’algoritmo ci inietta in vena la dose quotidiana di nulla cosmico. ma servita con una fotografia da premio Oscar.

Guardateli. Fabrizio Corona e Ilary Blasi. Fino a ieri erano bestie da circo rinchiuse nel recinto della tv generalista, quel luogo barbaro dove si urla e si suda sotto le luci impietose del neon. Era uno schifo onesto, brutale, senza pretese. Sapevi cosa stavi comprando: spazzatura. 

Poi è arrivata Netflix. La grande N rossa. La Grande Lavatrice del mondo.

Hanno preso quel materiale lì, quella sostanza appiccicosa e sgradevole che è la vita scandalosa degli altri, e l'hanno passata in centrifuga con l’ammorbidente. Hanno aggiunto una fotografia cupa, da cinema d’essai. Hanno rallentato le immagini. Musiche epiche. Hanno chiesto ai protagonisti di sedersi su poltrone di design e di guardare in macchina con l'aria di chi sta confessando i segreti di Fatima, mentre invece ci stanno solo spiegando perché hanno rubato i Rolex al marito o perché hanno venduto le foto della fidanzata operata al seno per trentamila euro.

È la gentrificazione del trash. Hanno preso la spazzatura, l'hanno lucidata, le hanno dato una dignità documentaristica e ce l'hanno servita come fosse un trattato di sociologia contemporanea. E noi fessi ci siamo cascati.

Prendete Corona in Io sono notizia. Non è più il re dei paparazzi che urla in tribunale. No. Lui ti fissa e ti dice, con la gravitas di un profeta sventurato: "Non credo in nulla". Sembra Nietzsche, invece è solo un uomo che ha trasformato il vuoto pneumatico in fatturato. Ti guarda dritto in camera, senza battere ciglio, e ti dice che l'aborto di Nina Moric non era un dramma, ma una questione di timing, un intoppo nel "progetto". Progetto.  Come se un figlio fosse una start-up da lanciare nel trimestre giusto. Eppure, la regia indugia, la luce è perfetta, e noi siamo lì a chiederci se forse, sotto sotto, non sia un genio incompreso. Spoiler: No, non lo è. Né antieroe shakespeariano, né una specie di Scarface della circonvallazione milanese. È solo un venditore di fumo che ha capito che il fumo, se lo illumini bene, sembra oro.

E poi c'è Ilary. Unica. La banalità del privilegio elevata a tragedia greca. Un documentario che dovrebbe essere un atto di emancipazione e invece è il trionfo della vacuità patinata. La vedi aggirarsi per casa come un fantasma griffato, incapace di farsi una valigia, che delega la vita alla servitù mentre ci spiega il dolore della separazione come se fosse l'assedio di Troia. Ma non è Troia, è Roma Sud, è l’Eur, è il Torrino. È il raccordo anulare dell’anima.

E allora perché perdiamo ore del nostro tempo a guardarli? Bè c’è un trucco. Ed è un trucco diabolico. 

Il trucco è che ci fanno sentire intelligenti mentre guardiamo la spazzatura. 

Ci dicono: "Non state guardando il Grande Fratello, state guardando un docu-film". E zack, la tagliola si chiude e siamo in trappola. Facciamo hate-watching, guardiamo per odiare, ci sentiamo superiori, ridacchiamo del loro vuoto pneumatico, riempiamo X di commenti al vetriolo ricoperti di una glassa di pseudo ironia. Ma la verità, brutale e sanguinosa, è che mentre noi ridiamo, loro fatturano. E il vuoto ci sta mangiando il cervello, un neurone alla volta mentre ci droghiamo di mediocrità di lusso.

Però.

Quello che non dicono è che esiste un antidoto, antico ma sempre efficace.

È quel luogo buio, dove i telefoni si dovrebbero spegnere, dove si sta seduti accanto a sconosciuti e si guarda verso l'alto, verso una luce che racconta storie vere, o menzogne bellissime, ma che richiedono fatica. 

Il cinema. Quello vero. 

Quello che non ti liscia il pelo, che non cerca di venderti la tua stessa indignazione. Al cinema, la "mutazione" si ferma per un attimo. Lì, la bruttezza del mondo viene trasfigurata dall'arte, non semplicemente arredata dallo styling.

La soluzione è così semplice: lasciare che Corona e Blasi rimangano lì, prigionieri dei loro pixel, a recitare la parte dei martiri griffati dentro la  Grande Lavatrice, spegnere la tv e andare a cercare un po' di ossigeno al cinema, dove le storie ti azzannano alla gola e ti ricordano che sei vivo, dannazione, ancora vivo.

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