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L’ultimo piano sequenza: addio a Béla Tarr, il filosofo che scolpiva il tempo nel fango

Addio a Béla Tarr. Il maestro del cinema ungherese si spegne a 70 anni. Un viaggio tra Sátántangó, il tempo-immagine e l'eredità dello slow cinema.

La scomparsa del maestro ungherese segna la fine definitiva del Novecento cinematografico. Un’analisi dell’eredità pesante e necessaria dell’autore di Sátántangó.

[di Alex M. Salgado]

Sátántangó
Sátántangó 

Il vento che soffiava incessantemente nella desolata fattoria de Il cavallo di Torino ha smesso di ululare. Béla Tarr si è spento oggi, 6 gennaio 2026, a Budapest all'età di 70 anni, dopo una lunga e grave malattia che lo aveva allontanato dalla scena pubblica. La notizia, confermata dall'Associazione dei Cineasti Ungheresi e dalla famiglia, risuona non come un semplice lutto, ma come il chiudersi definitivo di un sipario che il regista stesso aveva già iniziato a calare nel 2011, annunciando il suo ritiro dal cinema narrativo. Tarr ci lascia un vuoto pneumatico, simile a quello che i suoi personaggi abitavano con una rassegnazione cosmica, un silenzio interrotto solo dal rumore della pioggia e dai passi pesanti nel fango della pianura ungherese.

La Fenomenologia dello Sguardo e il Tempo-Immagine

Per comprendere la voragine lasciata da Tarr, dobbiamo guardare oltre la semplice trama dei suoi film e osservare la materia di cui sono fatti: il tempo. La critica filosofica, scomodando Gilles Deleuze, ha individuato nel cinema di Tarr la perfetta incarnazione del "Tempo-Immagine". Laddove il cinema convenzionale utilizza il tempo come un mero contenitore per l'azione, Tarr ha reso il tempo stesso il protagonista assoluto, una forza tangibile che corrode la materia e i volti. I suoi celebri piani sequenza, spesso spinti fino al limite fisico degli undici minuti consentiti dalla bobina Kodak, costringono lo spettatore a percepire la durata pura, trasformando la visione in un atto di resistenza fisica e mentale.

Martin Heidegger parlava dell'Essere come di uno "svelamento", e la macchina da presa di Tarr opera esattamente in questa direzione fenomenologica. Osservando un uomo che cammina sotto la pioggia per minuti interi, o una mandria di mucche che si muove tra le rovine di una fattoria collettiva, lo spettatore smette di attendere un evento narrativo e inizia a esperire l'esistenza nella sua nudità più radicale. Tarr non filmava storie, filmava la condizione ontologica dell'uomo gettato nel mondo, intrappolato in quello che lui stesso definiva il "principio carcerario" della realtà, dove le pareti non sono fatte di mattoni, ma di istanti che si accumulano inesorabilmente.

Il Tango di Satana: Un Monumento all'Eternità

Al centro di questa cattedrale di ombre si erge Sátántangó (1994), l'opera monstre di sette ore e mezza che rimane il testamento artistico più audace degli ultimi decenni. Tratto dal romanzo dell'amico e collaboratore László Krasznahorkai, il film è un'esperienza totalizzante che sfida le leggi del consumo cinematografico. La struttura stessa dell'opera replica i passi del tango, sei passi avanti, sei passi indietro, creando un loop temporale in cui il futuro e il passato si sovrappongono in un eterno presente di decadenza.

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In questo affresco di un'Ungheria post-comunista in disfacimento, dove falsi profeti promettono salvezze impossibili, Tarr raggiunge vette di nichilismo estetico raramente eguagliate. La celebre e controversa sequenza della bambina che sevizia il gatto prima di suicidarsi rimane una delle immagini più disturbanti e potenti della storia del cinema: una rappresentazione brutale della catena alimentare della violenza, dove i deboli schiacciano i più deboli in un universo privo di Dio. Guardare Sátántangó significa accettare di "abitare" il film, di condividere la stanchezza, l'ubriachezza e la disperazione dei suoi personaggi, fino a quando lo schermo diventa uno specchio scuro della nostra stessa resistenza.

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L'Eredità nello Slow Cinema: Oltre la Fine

Sebbene Tarr abbia spesso rifiutato etichette accademiche, la sua influenza sul cinema contemporaneo è sismica. Egli è il padre nobile e severo del cosiddetto "Slow Cinema", una corrente che vede nella dilatazione temporale una forma di ribellione politica contro la velocità del capitalismo moderno. Registi come Gus Van Sant, che ha ammesso di aver copiato le camminate di Tarr per i suoi Gerry ed Elephant, o maestri dell'oriente come Lav Diaz e Apichatpong Weerasethakul, devono al maestro ungherese la grammatica stessa del loro linguaggio visivo.

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Dopo il ritiro, Tarr aveva tentato di trasmettere questa visione radicale attraverso la film.factory a Sarajevo, una scuola anti-accademica fondata sul principio "niente educazione, solo liberazione", dove cercava di insegnare ai giovani non come girare, ma come essere liberi attraverso l'immagine. La sua morte ci lascia orfani di questo sguardo rigoroso, intransigente, capace di trovare una "sacralità atea" nel fango e nella miseria.

Béla Tarr ha spento la luce, come nell'ultima inquadratura de Il cavallo di Torino, lasciandoci al buio con la consapevolezza che, d'ora in poi, dovremo imparare a guardare il mondo senza la guida del suo occhio implacabile.

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