Dopo anni di devastazione, il patrimonio culturale siriano vede una speranza. Il WMF e l'UNESCO esplorano un ritorno per una ricostruzione strategica
Il potenziale ritorno del World Monuments Fund e delle organizzazioni internazionali segna una svolta decisiva per la Siria, ma la ricostruzione richiede una visione strategica che trascenda il restauro, verso la ricomposizione dell'identità e della coesione sociale.
[di Mina Jane]
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| Souk di Aleppo - Courtesy of WMF |
La fenomenologia di questa catastrofe rivela la sua complessità nell'intreccio perverso tra intenzioni politiche e conseguenze culturali. Le sanzioni internazionali, strumento di pressione geopolitica, hanno generato un effetto collaterale di portata devastante: l'interruzione di quel flusso vitale di "finanziamenti, competenze tecniche e materiali essenziali" che costituisce l'ossigeno stesso della conservazione culturale. Come osserva Bénédicte de Montlaur, Presidente e CEO del WMF:
Questo isolamento ha costretto i professionisti siriani del patrimonio a sostenere il peso di proteggere la loro eredità culturale in gran parte da soli – un atto di resistenza culturale che assume i contorni dell'eroismo quotidiano.
La testimonianza del Museo Nazionale di Damasco diventa così
paradigmatica di una condizione più generale: l'istituzione museale trasformata
in palinsesto della distruzione, dove le pareti crepate e i sistemi di
climatizzazione compromessi narrano una storia di abbandono forzato. La
trasformazione di gran parte dello spazio espositivo in deposito per le
collezioni di altri sei musei feriti – Palmira, Aleppo tra gli altri –
configura una geografia della sopravvivenza culturale, dove il centro diventa
rifugio periferico e la conservazione si riduce a mero stoccaggio. I circa
100.000 pezzi della collezione permanente, relegati in uno stato di abbandono,
diventano testimoni silenziosi di una crisi che trascende la dimensione
materiale per assumere quella esistenziale.
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| Dettaglio Ayyubid Palace nella Cittadella di Aleppo |
L'engagement del WMF in territorio siriano non costituisce
tuttavia una novità assoluta, ma piuttosto la ripresa di un dialogo interrotto.
Il precedente più significativo risiede nel progetto di conservazione della
Cittadella di Aleppo, iniziato nel 2002 in collaborazione con l'Aga Khan Trustfor Culture (AKTC) – un'opera di interpretazione e valorizzazione di uno dei
complessi fortificati più antichi e monumentali del mondo, bruscamente
interrotta nel 2011 dall'irrompere del conflitto.
Durante l'interregno bellico, il WMF ha mantenuto una presenza simbolica attraverso l'inserimento dei siti siriani nella World Monuments Watch (2014, 2018) e attraverso iniziative di formazione artigianale per rifugiati siriani in Giordania – un investimento nelle competenze che prefigura la ricostruzione futura. Questa strategia di "preparazione a distanza" trova oggi la sua giustificazione nella dichiarazione di de Montlaur: "gettare le basi affinché, quando arriverà il momento, il nostro rientro in Siria sia immediato, collaborativo e di impatto".
L'iniziativa dell'UNESCO, che riprende le proprie attività
dopo quattordici anni con un progetto pilota da 175.000 dollari presso il Museo
Nazionale di Damasco, si configura come primo segno tangibile di questa nuova
fase. Tuttavia, la vera sfida risiede nella comprensione che la ricostruzione
del patrimonio culturale non può limitarsi alla dimensione
tecnico-conservativa, ma deve farsi carico di un processo più complesso di ristabilimento dell'identità, rafforzamento delle comunità e promozione di
futuri urbani sostenibili e resilienti.
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| Antica Città di Bosra |
La Siria si trova oggi di fronte a una soglia critica:
quella che separa la mera riparazione del danno dalla ricostruzione di un
futuro. Il patrimonio culturale, in questa prospettiva, non costituisce
semplicemente l'oggetto dell'intervento, ma il medium stesso attraverso cui una
società può ritrovare la propria identità e progettare la propria continuità
storica.
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