A 10 anni dal Bataclan, la cultura non è più bersaglio, ma arma. Un'analisi di come i conflitti sociali si combattono ora nei festival e nei musei.
Da un attacco esterno a un conflitto interno: come i festival, i dibattiti sul genere e le proteste studentesche mostrano che la cultura è diventata il terreno principale delle culture wars occidentali.
[di Alex M. Salgado]
Dieci anni fa, il 13 novembre 2015, la cultura europea subiva un attacco fisico. L'assalto alla sala concerti Bataclan fu un atto di violenza mirato a un simbolo dello stile di vita occidentale: la musica, la socialità, la gioventù. In quei giorni, la cornice interpretativa dominante fu quella dello scontro di civiltà. Era una tesi chiara: un blocco esterno, il terrorismo islamista, che dichiarava guerra ai nostri valori e ai nostri luoghi di aggregazione.
Oggi, 15 novembre 2025, quella tesi appare insufficiente. Come alcuni analisti hanno notato, parlare di scontro di civiltà è diventato meno frequente, forse accantonato in nome del politicamente corretto. Eppure, il conflitto non è svanito. Si è trasformato. Si è spostato da un assalto esterno contro la cultura a un dibattito interno attraverso la cultura. Il campo di battaglia si è capovolto. La cultura non è più solo il bersaglio; è diventata il linguaggio stesso del conflitto, l'arma scelta per combattere le nostre battaglie interne.
Questa dinamica pervade l'intero spettro sociale, confondendo i confini tra attivismo politico e produzione culturale. Gli studenti che oggi sfilano in corteo lo fanno per la scuola e l'emergenza climatica, ma anche per cause geopolitiche come la richiesta di una Palestina libera. Nel frattempo, nelle sedi istituzionali, la politica stessa riconosce questa trasformazione: proprio giovedì scorso, alla Camera dei Deputati, si è tenuto un dibattito sul ruolo cruciale delle riviste culturali nella formazione dell'opinione pubblica. Da ogni parte, emerge la consapevolezza che la cultura è il terreno su cui si vince o si perde la battaglia per l'egemonia delle idee.
Dieci anni dopo il Bataclan, il pericolo percepito non è più (o non è più soltanto) quello di un nemico esterno che vuole distruggere i nostri teatri. La condizione del 2025 è che i nostri teatri, i nostri cinema, i nostri musei e le nostre università sono diventati essi stessi i luoghi del conflitto. Le culture wars, un fenomeno che abbiamo a lungo osservato in altre nazioni occidentali, sono ora pienamente radicate nel nostro dibattito pubblico. La cultura è diventata il vocabolario della nostra divisione. È lo strumento con cui le diverse parti della nostra stessa società combattono per definire chi siamo, cosa è giusto e quale futuro vogliamo. Lo scontro non è più alle porte della città; è dentro l'auditorium.
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