Il 14 novembre rivela il paradosso dei concerti. Hype per OneRepublic , ma guerra al secondary ticketing. Un'inchiesta sul sistema.
Mentre i fan corrono per acquistare i biglietti di OneRepublic e Lewis Capaldi per il 2026, artisti come Radiohead e Dua Lipa dichiarano guerra al sistema che quell'hype alimenta. Un'inchiesta sul vero costo del secondary ticketing.
[di Sean Dags]
Oggi, 14 novembre 2025, è una giornata di clic febbrili. Alle ore 11:00 si sono aperte le vendite generali per le tre date estive che gli OneRepublic terranno in Italia nel 2026. Arrivano appena un giorno dopo l'apertura delle vendite per l'unica data di Lewis Capaldi, fissata anch'essa per giugno 2026. Questa è la moderna economia del desiderio musicale. L'industria genera un'attesa spasmodica per un evento che si terrà tra più di diciotto mesi, assicurandosi che la domanda superi di gran lunga l'offerta. È un modello di business basato sull'hype, sulla vendita-lampo, sul sold-out istantaneo.
Eppure, in una collisione temporale perfetta, queste 48 ore ci raccontano anche l'altra faccia di quel modello. Mentre gli appassionati aggiornano le pagine di Ticketmaster, una notizia parallela proveniente dal Regno Unito getta un'ombra sul sistema. Il 13 novembre, un gruppo eterogeneo ma potentissimo di artisti, tra cui Radiohead, Robert Smith dei Cure, Dua Lipa, PJ Harvey e Iron Maiden, ha firmato un appello pubblico. La loro richiesta è indirizzata al governo britannico: agire immediatamente per regolamentare il mercato del secondary ticketing.
Il tema nel Regno Unito è diventato scottante dopo gli scandali legati all'attesissimo tour reunion degli Oasis. Stando a un report dell'associazione dei consumatori inglesi Which?, i biglietti hanno raggiunto cifre folli, come 3.500 sterline su una piattaforma e 4.500 su un'altra. All'inizio del 2025 il governo si era impegnato a porre un tetto massimo ai prezzi, ma alla fine dell'anno la situazione sembra essere rimasta invariata. Questo ha spinto gli artisti a far sentire la loro voce. Il testo dell'appello è un atto d'accusa preciso. Sostiene che le misure annunciate siano fondamentali per restituire equità a un settore nel quale il mercato secondario favorisce gli interessi dei bagarini. Le loro pratiche di sfruttamento, si legge nel messaggio, impediscono ai veri appassionati di accedere ai concerti, al teatro e agli eventi sportivi. Gli artisti sottolineano come per troppo tempo a certe piattaforme di rivendita sia stato concesso di permettere ai bagarini di acquistare biglietti in gran quantità per poi rivenderli a prezzi gonfiati. Questa pratica, concludono, mina la fiducia nel settore degli eventi dal vivo e compromette gli sforzi che artisti e organizzatori fanno per rendere gli spettacoli accessibili e a prezzi abbordabili. L'introduzione di un tetto, secondo i musicisti, ripristinerebbe la fiducia nel sistema e contribuirebbe a rendere democratico l'accesso alle arti.
Questo è il cuore del paradosso. L'appello non è una critica ai fan che cercano un biglietto per gli OneRepublic. È una denuncia delle conseguenze dirette di un sistema che trasforma la passione in speculazione. L'hype per i tour del 2026 è il carburante che alimenta l'economia parassita che gli Iron Maiden e i Radiohead stanno combattendo. Il fan che oggi riesce ad acquistare un biglietto al prezzo di costo è il vincitore di una lotteria. Colui che non ci riesce, si trova di fronte a una scelta: rinunciare, o pagare un sovrapprezzo esorbitante a un rivenditore anonimo. Questo meccanismo altera il vero costo di un concerto, aggiungendo un prezzo nascosto fatto di ansia, frustrazione e, spesso, di centinaia di euro che non andranno né agli artisti né agli organizzatori.
L'industria musicale si trova così divisa. Da un lato, celebra la corsa all'acquisto come una metrica di successo indiscutibile. Dall'altro, un gruppo influente di musicisti avverte che questo stesso successo sta rendendo l'esperienza del concerto economicamente inaccessibile e moralmente discutibile. La corsa ai biglietti del 2026 e l'appello contro la speculazione sono due facce della stessa medaglia. Raccontano di un'industria che deve affrontare la sua stessa ombra, intrappolata tra la necessità di creare domanda e la difficoltà di gestirne le conseguenze predatorie.
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