"Gondola" di Veit Helmer arriva al cinema. Una riflessione poetica sull'amore a distanza, che non ha bisogno di parole ma di gesti e attesa.
Dal 20 novembre al cinema, GONDOLA di Veit Helmer ispira una riflessione sulla poesia dell'attesa e sulla forza di un amore senza confini.
[di Massimo Righetti]
C'è un dono che arriva nelle sale il 20 novembre, distribuito da Draka Distribution. È un film che si chiama Gondola, del regista Veit Helmer. La sua storia, sulla carta, è un soffio, una miniatura: su un'antica funivia tra le montagne, due operatrici, Iva e Nina, viaggiano in direzioni opposte. Le loro cabine, piccoli padiglioni sospesi sul vuoto, si incrociano ogni mezz'ora, per pochi istanti. Un battito d'ali nel tempo. Una piccola poesia visiva, un'opera imperdibile.
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Ma questo articolo non è scritto per analizzare un film. È per usare questo film come specchio, per riflettere su un mistero che precede il cinema stesso: la geometria dell'amore, la sua ostinata capacità di fiorire non nonostante la distanza, ma proprio dentro quella distanza, come il gelsomino che cresce nelle crepe dei muri antichi.
Viviamo nell'epoca della prossimità artificiale. Abitiamo un mondo che ha abolito il vuoto, dove ogni assenza può essere riempita da una notifica, una videochiamata, un flusso di parole istantanee. Abbiamo sconfitto la distanza, ma forse, nel farlo, abbiamo disimparato l'arte dell'attesa. Abbiamo dimenticato che il desiderio non si nutre di presenza, ma di quella fame dolce che chiamiamo immaginazione.
No, l’amore che nasce a distanza non è un amore incompleto; è un amore distillato. È un amore costretto a essere creativo, a inventare un linguaggio, a tessere parole con il filo dell'aria, quando il tatto è impossibile e la voce è portata via dal vento. La connessione deve trovare altre vie e allora diventa una coreografia: inizia con uno sguardo rubato attraverso l'abisso, uno sguardo che deve contenere, in un secondo, tutto l'universo non detto, tutte le promesse che la bocca non può pronunciare.
Diventa una tela, lo spazio necessario perché un gesto minuscolo acquisti un peso enorme.
Costringe l'amore a essere essenziale, lo purifica come il deserto purifica l'acqua, lo spoglia di tutto ciò che non è necessario; non c'è spazio per l'abitudine, solo per il rituale. Non c'è spazio per la parola che si disperde, solo per il simbolo che rimane inciso.
Sospeso sopra le valli, lontano dal giudizio e dal rumore del mondo, l'amore respira con i polmoni del cielo. Rifiuta le definizioni. Non è un amore queer, è semplicemente "amore è amore", una pura ode alla libertà.
Ci hanno insegnato che l'amore è unione, fusione. Ma forse, come suggerisce questa danza a mezz'aria, il vero amore è quella tensione sacra, quel filo teso tra due stelle. Non è l'arrivo, ma l'eterno, ripetuto sfiorarsi. È la capacità di trasformare una traiettoria meccanica in un volo dell'anima, in musica sospesa tra cielo e terra.
L'amore a distanza non è un amore minore. È, forse, l'amore nella sua forma più pura: una poesia la cui bellezza non risiede nelle parole, ma in quel silenzio gravido di senso che le separa.
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