Il film RIP usa i fantasmi per parlare del rapporto genitori-figli. Un'analisi del film e del suo legame con il debito di gratitudine di Daishonin.
Il film di D'Ambrosi e De Santis non è solo una ghost story: è un dolce e comico trattato sull'importanza di perdonare i genitori, come insegna anche la filosofia buddista di Nichiren Daishonin.
[di Massimo Righetti]
Gira in questi giorni nelle sale, fresco di presentazione ad
Alice nella Città, un oggetto cinematografico che sembra sfidare ogni
convenzione del panorama italiano. Si intitola RIP, e già il titolo
tradisce un'audacia rara, ed è l'opera prima di Alessandro D'Ambrosi e Santa De
Santis.
È una ghost story, certo. Ma dimenticate le case infestate e
le porte che cigolano nella notte. L'infestazione, qui, è di natura diversa:
intima, viscerale. Si annida dove nessun esorcista può raggiungere: nel cuore. Profondamente
romana.
La premessa possiede quella logica paradossale che avrebbe
fatto sorridere Tim Burton in gita ai Fori Imperiali: il protagonista,
Leonardo, è un "morto che cammina" che guadagna da vivere scrivendo
necrologi. Sprezzanti, naturalmente. Un uomo svuotato, cinico, in procinto di
firmare il divorzio e forse, perché no, anche l'addio definitivo alla vita. La
sua esistenza-limbo si frantuma d’un tratto quando muore suo padre Marcello,
custode al Verano, caduto durante una colluttazione grottesca mentre tentava di
sventare il furto di una bara.
Fine della storia? Tutt'altro. È l'inizio.
Ed è precisamente qui che il film cessa di essere
"soltanto" una commedia nera e sfiora il più antico nodo irrisolto
dell'esistenza umana: il rapporto con i genitori.
La regista Santa De Santis, durante un recente incontro col
pubblico, ha individuato il nucleo: il messaggio è che "i genitori,
prima di essere genitori, sono esseri umani... che possono avere delle
fragilità... e che vanno perdonati". E soprattutto, ha aggiunto, bisognerebbe
comprenderlo prima che sia troppo tardi.
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Il dramma è che per Leonardo quel momento è già trascorso.
Il padre è morto. Il rapporto, irrecuperabile.
O forse no?
C'era un monaco buddista giapponese, nel XIII secolo, che su
questa faccenda del "troppo tardi" aveva costruito una filosofia. Si
chiamava Nichiren Daishonin e scrisse un trattato intitolato Ripagare i
debiti di gratitudine. Per Nichiren, il debito verso i propri genitori è
cosmico, impagabile. È un concetto, sosteneva, che persino gli animali sembrano
comprendere nel loro istinto ("la vecchia volpe non dimentica la
collinetta in cui è nata"), mentre gli esseri umani, con la loro
complessa coscienza, tendono invece a dimenticare.
Leonardo è il manifesto vivente di questa amnesia. È così
concentrato sulla propria apatia da non vedere né il debito né il creditore. Ma
come si ripaga, secondo Nichiren, un debito così vasto? Non basta portare la
mamma a fare la spesa. L'unico modo per ripagare veramente i genitori è
"studiare e comprendere a fondo il Buddismo e diventare un sapiente".
È un concetto che suona strano, quasi paradossale. Nichiren, infatti, nota che il principe Siddhartha divenne il figlio più devoto proprio disobbedendo al padre e andando a cercare l'Illuminazione. La logica è questa: il debito è così immenso che non lo ripaghi semplicemente obbedendo o restando al loro fianco. L'unico modo per saldarlo è raggiungere il potenziale umano più alto. Fuggendo dal palazzo e intrapreso il percorso per diventare un sapiente e infine un Buddha, Siddhartha non ha tradito suo padre, lo ha onorato nel modo più profondo. Raggiungendo l'illuminazione, non ha salvato solo sé stesso; ha offerto un beneficio universale che si estendeva, prima di tutto, ai genitori che gli avevano dato la vita. Ha compiuto l'atto di devozione filiale supremo: non restare, ma diventare.
Il film di D'Ambrosi e De Santis mette in scena questa
dottrina con grazia irriverente. Se non diventi "sapiente"
spontaneamente, ci penserà il fantasma di tuo padre a farti da maestro,
arrivando persino a possederti fisicamente per costringerti a vivere, ad
aprirti all'amore, a smettere di essere uno "stronzo sagace".
RIP ci rivela una verità elementare ma dolorosa: per
perdonare il genitore, devi prima incontrare l'essere umano. Leonardo non ha
mai compreso quel padre esecrato, odiato perché lo vedeva esclusivamente
attraverso la lente opaca del fallimento filiale. L'arrivo del
fantasma-Marcello, l'uomo, gli permette finalmente di vedere, e quindi
perdonare, il padre.
Questa moderna favola nera, dunque, è molto più
di una commedia. È un esorcismo collettivo. Un promemoria sul fatto che i
debiti di gratitudine non vanno in prescrizione con la morte.
Anzi.
RIP ci avverte, con dolcezza ironica, che, se non ci
affrettiamo a risolvere le nostre questioni genitoriali prima che sia
troppo tardi, rischiamo seriamente di ritrovarci il fantasma di nostro
padre in versione Dolce Vita che ci usa come un burattino per rimediare
ai nostri e ai suoi errori.
E francamente, sembra molto più faticoso che fare una telefonata ora.
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