Marina Abramović, la Consacrazione a Venezia: la Sua Arte Performativa Dialoga con i Maestri del Rinascimento all'Accademia
Nel 2026 Marina Abramović sarà la prima donna vivente a esporre alle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Un evento che mette in dialogo la sua arte
Nel 2026, per i suoi 80 anni, la pioniera della performance art sarà la prima donna vivente a esporre nel tempio della pittura veneta. Un'analisi di un evento che riscrive la storia dell'arte, mettendo in dialogo il corpo e lo spirito, il presente e il passato.
[di Mina Jane]

Marina Abramovic-transforming-energy
Dal 6 maggio 2026, le Gallerie dell'Accademia di Venezia, custodi
secolari della grande pittura veneta, sancta sanctorum dove riposano i
capolavori di Tiziano, Veronese e Tintoretto, spalancheranno le loro porte a
un'artista che ha forgiato dal corpo, dal tempo e dall'energia invisibile la
propria materia prima. Marina Abramović, l'indiscussa matriarca della
performance art, celebrerà il traguardo degli ottant'anni con una mostra
personale di portata monumentale, conquistando un primato storico: sarà la
prima donna vivente ad abitare quegli spazi nella plurisecolare esistenza
dell'istituzione.
L'evento, battezzato Transforming Energy, si
profila come una cesura epocale, la definitiva legittimazione della performance art
all'interno del canone più ortodosso dell'arte occidentale.
L'operazione curatoriale orchestrata da Shai Baitel, Direttore Artistico del Modern Art Museum (MAM) di Shanghai, in osmosi creativa con l'artista, supera i confini della retrospettiva tradizionale per configurarsi come un'incursione concettuale senza precedenti. Infranta ogni convenzione museale, la mostra non si limiterà agli spazi espositivi temporanei, ma colonizzerà le sale della collezione permanente. Le opere di Abramović si insinueranno tra i maestri rinascimentali, generando cortocircuiti temporali di straordinaria intensità. Come osserva il curatore:
"Inserire l'opera di Marina Abramović nella collezione permanente innesca un dialogo immediato tra passato e presente, sollecitando il pubblico a abitare quello spazio attraverso la propria corporeità".
Il momento culminante di questo confronto temporale si materializzerà nell'accostamento tra la Pietà (with Ulay) del 1983 e l'ultima, incompiuta Pietà di Tiziano, che nel 2026 celebrerà i quattrocentocinquant'anni dalla sua genesi. In quella sala, due interpretazioni del dolore, della trascendenza e della redenzione si rifletteranno attraverso i secoli. Da una parte, il testamento spirituale del maestro cadorino, intriso di quella materia pittorica che trasfigura il dramma umano in contemplazione divina; dall'altra, la documentazione fotografica della performance di Abramović, che reinterpreta l'iconografia sacra attraverso l'immediatezza del corpo vissuto, della relazione autentica, della sofferenza laica. Per riaffermare il corpo umano come teatro primordiale di dolore e, simultaneamente, di elevazione spirituale, un fil rouge che lega indissolubilmente la sensibilità rinascimentale all'urgenza contemporanea.
La mostra trasformerà il visitatore da spettatore passivo in
protagonista attivo della "trasformazione energetica". Verranno
presentati i Transitory Objects, installazioni interattive composte da
giacigli di pietra e architetture arricchite con cristalli — quarzo, ametista —
che il pubblico sarà invitato a interagire fisicamente: sedendovisi,
distendendovisi, sostando in contemplazione verticale. Attraverso questo
contatto diretto, l'artista ambisce ad attivare quella che definisce
"trasmissione di energia".
©Yu Jieyu
Parallelamente, l'esposizione ripercorrerà i momenti più
iconici della carriera dell'artista, documentando quelle performance che hanno
ridefinito i parametri dell'arte contemporanea. Riaffiorano i riferimenti a Rhythm
0 (1974) — sei ore di vulnerabilità assoluta di fronte a un pubblico armato
di settantadue oggetti — e a Imponderabilia (1977), dove i corpi nudi di
lei e Ulay si trasformavano in soglia obbligata per accedere alla sala
espositiva. Non mancherà l'evocazione di Balkan Baroque, l'opera che nel
1997 le valse il Leone d'Oro alla Biennale: un memoriale straziante sulla
guerra bosniaca, dove l'artista, seduta su una montagna di ossa bovine, le
mondava dal sangue in un rituale di purificazione senza fine.
"Transforming Energy" trascende i confini
espositivi per interrogare la natura stessa dell'istituzione museale e il suo
destino futuro. Accogliendo un'artista vivente la cui prassi ha
sistematicamente sfidato le logiche istituzionali e mercantili, le Gallerie
dell'Accademia compiono una svolta coraggiosa. È il riconoscimento che l'arte
effimera, fondata sulla presenza, sull'esperienza, sulla fugacità, ha
conquistato uno statuto canonico, meritando cittadinanza accanto ai capolavori
eterni della grande pittura.
Per Marina Abramović, che a ottant'anni ritorna nella città
teatro di passaggi cruciali del suo percorso artistico, questa mostra
rappresenta l'apoteosi definitiva: il compimento di un'odissea che ha
trasfigurato il corpo in opera d'arte vivente e la performance in capitolo
indelebile della storia.
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