I Curtigliara: la saga di Giovanni Sicurello che ti sussurra nell’orecchio i bisogni di una generazione lasciata indietro
La recensione de I Curtigliara di Giovanni Sicurello. La Sicilia senza strade, senza tempo, senza voce.
La Sicilia dell’entroterra, delle tradizioni, dell’obbedienza, del nome di famiglia. Teatrale, ironica, stanca. La Sicilia senza strade, senza tempo, senza voce.
[di Massimo Righetti]
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| I Curtigliara |
Vicoli stretti, sedie di plastica davanti alle case, il rumore delle televisioni accese. È qui che prende vita la saga di Giovanni Sicurello, pubblicata da Capponi Editore, quattro romanzi che ritraggono una Sicilia in contrasto tra cambiamenti troppo veloci e radici troppo solide, un affresco corale che unisce realismo e invenzione, intimità e respiro sociale.
La parola “curtigliara” in dialetto siciliano significa “pettegoli”, ma I Curtigliara non sono solo pettegoli: sono una comunità che vive di apparenze, che giudica e soffoca, ma che nello stesso tempo nutre, accoglie, tiene insieme. In questo spazio claustrofobico e vitale si muovono i protagonisti.
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Al centro della saga ci sono ragazzi che sognano di andare via ma finiscono sempre per tornare, adulti che cercano di proteggere i figli dall’inganno delle aspirazioni. I protagonisti vivono l’eterno conflitto tra il desiderio di emanciparsi e il bisogno di appartenere. Nei loro scontri si riflette il dramma di chi non sa se la libertà sia un altrove o un atto di coraggio da compiere restando.
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| Giovanni Sicurello |
Intorno a loro gli adulti: Carmela, che regge la famiglia fino a consumarsi; Rocco, consumato dai rimpianti; Valeria, che cerca di reinventarsi dopo una vita di abusi. In questo dialogo continuo tra generazioni, la saga racconta lo scontro più universale: il momento in cui i figli scoprono che i genitori non sono invincibili, e che tocca a loro decidere chi diventare.
La Sicilia non è una cartolina, ma un microcosmo in cui tutto si amplifica: i pranzi infiniti, le feste di paese, la malinconia che si insinua nelle giornate. Lì si alternano la gioia spavalda dei giovani e la rassegnazione degli adulti, la forza della tradizione e la voglia di scardinarla. È un’ambientazione che diventa personaggio essa stessa: il paese è un organismo vivo, fatto di voci, sospetti e segreti che tutti conoscono.
I Curtigliara non sono eroi, ma specchi: di fragilità, errori, slanci, ricadute. Ragazzi che soffocano il proprio talento e i propri dolori, che non sanno chiedere aiuto né chiedere scusa, che feriscono per non essere feriti. Madri che hanno dato tutto fino a scomparire. Padri incapaci di abbracciare i propri figli.
Ognuno porta una crepa che
diventa ferita comune. È impossibile non ritrovare in almeno uno di loro un
pezzo della propria storia.


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