La recensione di GRAND CIEL di Akihiro Hata. Un'opera potente e metaforica sul precariato, dove i lavoratori diventano polvere invisibile.
Dopo Venezia, l'opera prima di Akihiro Hata inaugura il Festival di Film di Villa Medici con una metafora lacerante sulla disumanizzazione del lavoro e gli spettri della nostra società.
[di Alex M. Salgado]
![]() |
| Damien Bonnard - Grand Ciel |
Dopo aver scosso le coscienze alla Mostra del Cinema di Venezia, GRAND CIEL di Akihiro Hata trova la sua consacrazione romana come film d'apertura della quinta edizione del Festival di Film di Villa Medici. Scelto come film d'apertura, questo esordio cinematografico, che sarà al cinema grazie a NO.MAD Entertainment, genera un ossimoro eloquente: la magnificenza di un luogo consacrato alle Muse accoglie il racconto della sua negazione. L'incanto dei giardini capitolini si trasforma così in teatro di una modernità cannibale, dove la bellezza dell'arte dialoga con la brutalità del presente.
![]() |
| Festival Film di Villa Medici |
Ma è il cantiere stesso a trasformarsi nel vero antagonista di questa parabola moderna. Hata lo scolpisce come "labirinto di cemento dove le luci al neon scavano volti cadaverici", una creatura organica e famelica che minaccia di divorare chi la costruisce. La fotografia raggiunge vertici di maestria nell'evocare un'atmosfera non solo opprimente, ma quasi carnale: si percepisce l'afrore del calcestruzzo, si respira quella polvere sottile che si insinua come un miasma tossico, trasformando l'aria in veleno.
Il racconto subisce una torsione drammatica quando un collega di Vincent si volatilizza nel nulla e la direzione del cantiere tenta di soffocare l'accaduto. Prende avvio qui il tormento del protagonista, lacerato tra l'urgenza di comprendere e il terrore paralizzante di perdere quell'ancora di salvezza in un naufragio esistenziale. Questo conflitto lo conduce verso un epilogo insieme onirico e agghiacciante, dove l'arcano svela la sua verità abissale: i corpi degli operai non scompaiono, si dissolvono. Diventano letteralmente polvere nelle viscere più oscure di quell'edificio che innalzano con le proprie mani.
![]() |
| Damien Bonnard - Grand Ciel |
GRAND CIEL non sarà forse un film imperdibile nel senso classico del termine, ma è un'opera capace di ferire la coscienza e imprimere cicatrici durature. Ci rammenta che in una società edificata sul benessere di pochi, moltitudini intere non rappresentano altro che granelli: quando cessano di essere funzionali, vengono semplicemente spazzate via. Come polvere, appunto.
CLICCA QUI PER LEGGERE LE ALTRE NOTIZIE SU FESTIVAL DI FILM DI VILLA MEDICI



COMMENTS