Recensione di "A House of Dynamite" di Kathryn Bigelow presentato a Venezia. Un thriller nucleare mozzafiato che segna il grande ritorno della regista
Dopo otto anni di silenzio, la regista premio Oscar torna con un capolavoro di tensione che scuote le coscienze. Un conto alla rovescia mozzafiato che ridefinisce l'ansia al cinema e segna un ritorno in grandissimo stile.
[di Alex M. Salgado]
Otto, interminabili anni. Tanto è durata l'attesa per rivedere Kathryn Bigelow dietro la macchina da presa, e il desiderio di assistere alla sua nuova fatica si era fatto lancinante. L'attesa è finalmente giunta al termine, e l'eco che si è propagata dalla Mostra del Cinema di Venezia è stata assordante.
A House of Dynamite, il suo ultimo, vertiginoso thriller geopolitico, non ha semplicemente debuttato: è deflagrato. La première mondiale è stata accolta da una standing ovation di undici minuti, un omaggio fragoroso e commosso che ha visto la regista portare le mani al petto in segno di riconoscenza, mentre il pubblico della Sala Grande scandiva "bravo" in un crescendo liberatorio. Un'accoglienza che ha trovato immediata risonanza nel consenso pressoché unanime della critica internazionale, che lo ha definito "un ritorno terrificante e da far serrare i pugni" e "una sveglia, una doccia gelida, una resa dei conti". Diciamolo senza indugi: il nuovo film di Kathryn Bigelow è letteralmente esplosivo. Un'opera di tale potenza sulla distruzione di massa che non si vedeva dai tempi del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.
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Il film ci catapulta in un incubo cronometrico: un missile nucleare di origine ignota è stato lanciato contro gli Stati Uniti e mancano circa diciannove minuti all'impatto su Chicago. Da questa premessa fulminante, Bigelow orchestra un meccanismo narrativo tanto audace quanto geniale. Anziché seguire una progressione temporale lineare, decostruisce l'evento, riavvolgendo il nastro di quei fatidici minuti per tre volte consecutive. Ogni iterazione ci rivela la crisi attraverso una prospettiva gerarchica diversa e progressivamente più claustrofobica: dalla base militare in Alaska che rileva la minaccia, alla frenesia della Situation Room della Casa Bianca dove analisti e funzionari – tra cui una magnetica Rebecca Ferguson – tentano di decifrare il caos, fino al vertice del potere, nell'isolamento quasi teologico del Presidente degli Stati Uniti, interpretato da un magistrale Idris Elba, chiamato a una decisione impossibile tra capitolazione e suicidio collettivo.
Questa architettura a spirale, che alcuni potrebbero percepire come frustrante nel negare un climax convenzionale, costituisce in realtà il nucleo filosofico del film. Bigelow non si limita a raccontarci la paura: ce la vuole far sperimentare. Ci costringe a vivere dall'interno la logica procedurale, l'astrazione disumanizzante di decisioni che pesano su milioni di vite, prese attraverso lo schermo di quella che, in sostanza, è una riunione su Zoom. La tensione non si dissipa mai, si stratifica, livello dopo livello, lasciandoci in apnea.
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| A House of Dynamite |
"Stiamo davvero vivendo in una casa di dinamite", ha dichiarato la regista al Lido, e il suo film è il fiammifero tenuto pericolosamente vicino alla miccia. A House of Dynamite trascende la dimensione del semplice intrattenimento cinematografico; è un monito, un campanello d'allarme necessario per risvegliarci da quello che Bigelow definisce un torpore collettivo. È cinema politico nella sua accezione più nobile: spettacolare ma intellettualmente onesto, avvincente ma profondamente perturbante. Un'opera che, al pari dei suoi precedenti capolavori The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, utilizza la sintassi del cinema di genere per articolare un discorso urgente sul nostro presente.
Il ritorno di Kathryn Bigelow non rappresenta semplicemente la conferma di un talento straordinario; è la riaffermazione di una voce autoriale di cui sentivamo disperatamente la mancanza. Bentornata, Kathy.
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