Il racconto dell'intenso incontro con Alessandro Tonda a Piazza Vittorio per il film "Il Nibbio". Il regista svela i il messaggio civile del suo film
Nei giardini dell'Esquilino dedicati all'agente del SISMI, il regista de "Il Nibbio" dialoga con il pubblico in una serata carica di memoria e impegno civile. Un racconto che trascende la spy story per farsi atto di testimonianza necessaria.
[di Alex M. Salgado]
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| Alessandro Tonda |
Una sera di fine estate, sotto le stelle dell'Esquilino.
L'arena di Notti di Cinema a Piazza Vittorio si riempie di volti attenti, di
sguardi che cercano risposte. L'incontro con Alessandro Tonda per il suo
Il Nibbio non poteva trovare cornice più eloquente: questi giardini
portano il nome di Nicola Calipari, l'uomo al centro della sua opera
cinematografica più intensa. Moderato da Massimo Righetti, il confronto si
trasforma in qualcosa di più profondo di una semplice presentazione – diventa
un momento di raccoglimento collettivo, una riflessione sul cinema come custode
di memoria.
Il Nibbio scava in una ferita mai rimarginata
della storia italiana recente. Ricompone i ventotto giorni che portarono alla
liberazione della giornalista Giuliana Sgrena e al tragico epilogo sulla Route
Irish di Baghdad, dove l'alto dirigente del SISMI cadde sotto il "fuoco
amico" americano. Dramma biografico dal passo di una spy story, ha
conquistato critica e pubblico, aggiudicandosi il Globo d'Oro come Miglior Film
e il Nastro d'Argento della Legalità. Ma oltre i riconoscimenti, come emerge dalle parole
del suo autore, nasce da un'urgenza tanto umana quanto civile.
La genesi del film e la ricerca di un'anima
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| Claudio Santamaria - Scena finale Il Nibbio |
La prima domanda di Righetti colpisce nel segno, puntando dritta verso una delle sequenze più commoventi: la camminata finale di Calipari, momento di pura poesia visiva che trasforma il dolore in speranza. Tonda svela che quella scena, così penetrante, è nata quasi per caso. "Non ero soddisfatto del finale così come era stato concepito inizialmente", confessa il regista. "Sentivo l'esigenza di infondere una ventata di speranza, di trovare il modo per far sopravvivere Calipari oltre la morte".
La soluzione è emersa grazie alla sensibilità della montatrice Chiara Vullo, che ha ripescato un'inquadratura girata d'istinto. "Stavamo riprendendo la scena della telefonata alla famiglia sulla spiaggia. Terminato il dialogo, avrei dovuto dare lo stop, ma mi accorsi che Claudio [Santamaria] si voltava e iniziava a camminare verso di noi. Ho lasciato scorrere l'inquadratura – una prassi comune sui set per cogliere l'imprevisto – senza immaginare che l'avrei utilizzata". Quel frammento, inizialmente accantonato, è diventato la chiusura perfetta: simbolo di un'eredità che continua a camminare, di una speranza che resiste al tempo.
L'obiettivo primario del film, chiarisce Tonda, non era
condurre un'inchiesta giornalistica, bensì narrare una storia di persone,
non di personaggi. Il progetto, firmato da maestri della sceneggiatura
italiana come Sandro Petraglia e Lorenzo Bagnatori, ha richiesto quattro anni
di gestazione. Un percorso di approfondimento nutrito da testimonianze dirette
– dal libro di Giuliana Sgrena Il fuoco amico a Il mese più lungo di Gabriele Polo
– ma soprattutto dal dialogo costante con la famiglia Calipari. "La nostra
volontà era restituire l'uomo oltre il funzionario, una figura che ha donato
tutto per il bene comune, sacrificando famiglia e vita".
Claudio Santamaria: il volto e l'anima di Calipari
Inevitabile soffermarsi sul lavoro straordinario di Claudio
Santamaria, insignito del Globo d'Oro per un'interpretazione giocata
interamente in sottrazione. Tonda conferma la profonda sintonia instaurata con
l'attore: "Claudio possiede una sensibilità rara e un'intelligenza emotiva
straordinaria". La sfida maggiore consisteva nel restituire l'umanità di
un uomo privo di documentazione pubblica, diversamente da altre figure storiche
iconiche.
"Abbiamo scartato l'idea di ricrearne l'identità fisica attraverso un trucco prostetico, perché avrebbe compromesso la naturalezza. Si è lavorato invece sui dettagli: il modo di parlare, di muoversi, di fumare quelle sigarettine slim. L'obiettivo era duplice: restituire tanto la sua determinazione nel mondo dell'intelligence quanto la tenerezza nell'intimità domestica. Un equilibrio delicato tra la dimensione pubblica dell'agente segreto e quella privata del padre e marito".
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| Adamo Dionisi - The Shift |
Proprio sul lavoro di Tonda con gli attori, il moderatore ha tracciato un parallelo con il suo film precedente, The Shift, lodandone la capacità di spogliare gli interpreti dei loro ruoli più noti per esplorarne nuove profondità. "In quel film c'è il povero Adamo Dionisi", ha ricordato Righetti, "che ha proprio asciugato, prosciugato di quel genere suo 'zingaro' per cui era diventato famoso in serie come Suburra, facendogli fare una grandissima interpretazione". Un omaggio commosso a un attore scomparso troppo presto, che evidenzia una precisa cifra stilistica del regista. "Sento questo tipo di racconto nelle mie corde", ha ammesso Tonda. "Non mi definisco un autore, ma un regista che racconta storie mettendoci la sua sensibilità. Mi sono sempre affezionato a temi delicati e importanti".
Giustizia negata e il ruolo del cinema civile
Dal pubblico si leva una riflessione intrisa di amarezza sulla vicenda, definita "un salvataggio finito male che sembrava orchestrato", e sulla persistente assenza di verità. Tonda non elude il confronto e risponde con lucidità disarmante: "La realtà è che giustizia non è mai stata fatta, e questo rimane un dato incontrovertibile".
Pur attenendosi alla versione ufficiale italiana per le
necessità narrative, la sua posizione personale risulta cristallina: "Io
ripongo fiducia in chi ha vissuto quell'esperienza: in Giuliana Sgrena, in
Andrea Carpani che si trovava in quell'automobile". Il contrasto tra le
versioni emerge con forza: "Quando sostengono che viaggiavano ad alta
velocità senza fermarsi all'alt, mentre chi era presente racconta di procedere
a quaranta chilometri orari e di aver scorto un lampo di luce seguito
immediatamente dagli spari, io credo a questi ultimi".
Il film, pur senza pronunciarsi esplicitamente, lascia sospese domande inquietanti rimaste senza risposta per carenza di giurisdizione. È qui che si manifesta con vigore la concezione di Tonda sul ruolo del cinema: "Questo è un film di genere, ma dotato di un'anima". Un cinema che, secondo il regista, ha il dovere di illuminare ciò che non funziona.
"Forse riscoprire questo cinema di impegno civile ci giova, in un momento storico in cui il mondo precipita nel caos".
Con una punta di malinconia, conclude:
"La mia generazione ha già smarrito il momento propizio. Spero che opere come questa possano suggerire ai più giovani l'imperativo dell'impegno, dell'alzare la voce, perché forse loro possono ancora cambiare le cose".
Nell'arena intitolata a Nicola Calipari, questo messaggio
risuona come testamento e promessa insieme. Un cinema che non dimentica, che
trasforma la tragedia in monito, la memoria in resistenza. Perché, come ricorda
Tonda, "quando chiudi gli occhi e tutto sembra perduto, qualcuno deve
continuare a camminare".
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