I registi di Iddu, Piazza e Grassadonia, discutono il loro film su Messina Denaro. Analisi del grottesco, delle fonti e del finale senza speranza
Dal Cinevillage di Villa Lazzaroni a Roma, il racconto di una serata-evento tra gli applausi del pubblico e le parole degli autori, Antonio Piazza e Fabio Grassadonia. Un viaggio nel potere, nella menzogna e in una Sicilia grottesca un cinema di sensazioni per dare corpo alle ombre della Sicilia.
[di Alex M. Salgado]
La serata del 17 luglio al Cinevillage di Villa Lazzaroni si è ammantata di un'atmosfera densa, quasi palpabile, che trascendeva il caldo estivo romano. Dopo la proiezione di Iddu, accolta da un lungo e convinto applauso, i registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza si sono confrontati con il pubblico in un incontro rivelatore moderato da Massimo Righetti. Non un semplice Q&A, ma una vera e propria decostruzione del loro stesso lavoro, un'analisi lucida e a tratti spietata del fantasma che hanno messo in scena: non l'uomo Matteo Messina Denaro, ma "l'idea attorno a Matteo Messina Denaro", un'entità nutrita dall'assenza, dal potere e da un contesto di desolante vuoto morale.
La realtà non contraddice la finzione: l'impatto dell'arresto
Una delle prime curiosità, sollevata ad inizio dell'incontro, ha riguardato l'impatto che l'arresto di Messina Denaro – avvenuto a sceneggiatura già scritta – ha avuto sul film. La risposta di Fabio Grassadonia ha spiazzato per la sua chiarezza, illuminando l'approccio autoriale: "le modifiche sono state veramente minime". Il motivo è cristallino: la cronaca non ha fatto che confermare la loro visione. "Quello che è noto adesso, dopo l'arresto, sono un sacco di pettegolezzi" - ha spiegato Piazza - "ma la domanda fondamentale – come sia stato possibile per lui rimanere latitante per trent'anni – è rimasta immutata. I diari e i pizzini emersi dopo la cattura hanno confermato il ritratto che già avevano delineato: quello di un "narcisista ipernarcisista manipolatore".
L'unica, significativa concessione alla cronaca è stata un'intuizione di Elio Germano: nella scena finale, onirica, il boss indossa "questo famoso giaccone di Cucinelli con cui è stato arrestato, una sorta di prefigurazione del futuro che si inserisce coerentemente nella dimensione atemporale del racconto".
Maschere e attori: perché Germano e Servillo?
Dal pubblico è emersa la domanda sulla scelta di due attori così iconici, e non siciliani, per interpretare figure così radicate nel territorio. Gli autori ha rivendicato con decisione una scelta puramente artistica, contro ogni limite regionalistico. "Ci sembra un limite enorme se dobbiamo scegliere secondo questi criteri", ha affermato, aggiungendo che "quello che conta è che siano dei bravi attori". Ha poi tessuto l'elogio del lavoro di Elio Germano, che non ha semplicemente appreso il siciliano, ma ha studiato la parlata specifica dell'area di Castelvetrano, incarnando perfettamente la figura del boss.
La scelta del cast, come sottolineato dalla critica, costituisce una dichiarazione tematica. Servillo e Germano rappresentano i due poli che definiscono il film: da un lato la commedia grottesca di Catello, maschera tragica che attinge alla grande Commedia all'italiana e a Eduardo De Filippo; dall'altro il melodramma criminale di Matteo, cupo e introspettivo. Lo scontro tra i loro stili rappresenta il motore narrativo del film.

Fabio Grassadonia, Antonio Piazza, Massimo Righetti
Un mondo alla rovescia, fondato su un "patriarcato malato"

Interrogati sull'uso dell'infanzia e sulla spietata iniziazione del giovane Matteo, i registi hanno identificato il cuore di tenebra di quel mondo: un "patriarcato malato". Matteo Messina Denaro non era il primogenito, ma fu prescelto dal padre, che ne intuì il potenziale, condannandolo di fatto a quel destino. È una condanna che si riflette sulla sorella (interpretata da Antonia Truppo), una donna che "vorrebbe essere un boss e ne avrebbe le doti, ma che in quel sistema non può rivestire altro che un ruolo subalterno. Se si nasce in quella famiglia non c'è altro possibile destino se non il crimine", ha chiosato Grassadonia. "È un mondo alla rovescia. Tu di quel mondo condividi assolutamente i valori, e lo stato italiano viene percepito come il nemico".
Dare corpo alle ombre: la poetica oltre il genere
Distaccandosi dal tema specifico, il moderatore ha poi messo
in luce il tratto distintivo della loro regia: la capacità di narrare
attraverso sensazioni, suoni e una straordinaria fotografia, evitando i cliché
del "mafia movie" che oscilla tra condanna e mitizzazione del cattivo.
Antonio Piazza ha spiegato la radice di questa scelta stilistica: "quello
che ci interessa profondamente è trovare un modo per fare vibrare e dare corpo
e dare consistenza alle anime che sono conficcate dentro un certo mondo". Per
farlo, l'inquadratura non può esaurirsi nel suo valore visivo, ma deve
arricchirsi di suoni, silenzi e musiche per interrogare il senso profondo di
ciò che si mostra e dare corpo alle zona d'ombra di quel mondo". Ha poi tracciato una
distinzione fondamentale con i loro film precedenti: "Se in Salvo e Sicilian
Ghost Story la parola era usata con parsimonia perché poteva ancora
veicolare umanità, in Iddu è onnipresente e ingannevole. In questo mondo
di "falsificatori e mentitori" - ha detto - "la parola è comunque
menzogna". L'obiettivo, in ogni caso, rimane lo stesso: dare forma alle ombre e alle anime al di là della superficie degli
eventi.
L'ultimo capitolo: la resa e la risata finale
Con Iddu, i registi hanno dichiarato di aver chiuso un cerchio. "Con questo terzo film chiudiamo il tema di mafia. Un percorso artistico nato da una necessità biografica e civile. La nostra infanzia, la nostra giovinezza è trascorsa in quella Sicilia di cui abbiamo parlato fino adesso".
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| Fabio Grassadonia, Antonio Piazza, Massimo Righetti |
Hanno raccontato con amarezza di come, ancora oggi, ci sia chi chiede loro perché raccontino sempre la mafia, senza comprendere che i problemi reali della Sicilia – dalla sanità alla viabilità, dalla siccità alla fuga dei giovani – sono il risultato diretto di quel sistema di potere.
Cosa rimane, allora, di fronte a un mondo senza speranza? La risposta, offerta da Piazza, è una beffarda lezione di filosofia della storia: "Quando la tragedia si allunga all'infinito, non è più una tragedia, è una farsa, quindi è legittimo farsi anche una risata". La risata amara e consapevole di chi, come ricordava Leonardo Sciascia, sa che la verità è spesso sotto gli occhi di tutti, ed è per questo che nessuno la vede.
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