Recensione di "Summer Portraits" di Ludovico Einaudi. Un viaggio sonoro tra piano e orchestra, ispirato a ricordi estivi e dipinti mediterranei.
La recensione di "Summer Portraits", l'album che dipinge con le note i paesaggi luminosi e malinconici dei ricordi estivi.
[di Massimo Righetti]
Nel vasto oceano della musica contemporanea, il nome di Ludovico Einaudi risuona come un faro, una presenza costante e riconoscibile che continua ad affascinare un pubblico globale. Il pianista e compositore torinese, la cui carriera attraversa decenni e generi – dagli esordi nel jazz-rock fino ai lavori per teatro e balletto – ha trovato la sua cifra stilistica più celebre con l'album per pianoforte "Le Onde" nel 1996. Da quel momento, la sua ascesa è stata inarrestabile, amplificata dalle fortunate e frequenti incursioni nel mondo del cinema e della televisione, che hanno reso le sue melodie introspettive e atmosferiche familiari a milioni di orecchie. Nonostante una carriera lunga e ricca, Einaudi dimostra una vitalità creativa incessante, come testimoniato dalla sua notevole popolarità (essendo stato uno degli artisti italiani più ascoltati su piattaforme come Spotify) e dalla pubblicazione del suo diciassettesimo album in studio, Summer Portraits. Questo lavoro si aggiunge alla sua discografia come un nuovo, luminoso capitolo.
L'album ondeggia tra l'intimità raccolta nel suo studio sulle colline delle Langhe, a Dogliani – dove il dialogo si fa più stretto con i fidati collaboratori Federico Mecozzi (violino, viola), Redi Hasa (violoncello) e Francesco Arcuri (polistrumentista) – e l'ampio respiro orchestrale catturato nei leggendari studi di Abbey Road, impreziosito dal violino barocco di Théotime Langlois de Swarte e dagli archi della Royal Philharmonic Orchestra diretta da Robert Ames.
Il viaggio inizia con l'evocativa apertura di "Rose Bay", dove gli archi creano un moto ondoso su cui il pianoforte disegna melodie cariche di ricordi, forse legati a lontane estati familiari. Si prosegue attraverso le sfumature più inquiete e intimiste di "Punta Bianca", fino a raggiungere uno dei momenti di maggior intensità con "Sequence", un brano che si snoda per sei minuti confermando, al di là del riconoscibile stile Einaudi, una solida maestria compositiva, capace di toccare corde profonde e realistiche.
Il flusso sonoro continua con la profondità dialogica di "Pathos", dove piano e archi si intrecciano in una narrazione densa, e la luminosa catarsi di "To Be Sun". C'è una qualità quasi terapeutica in brani come "Jay" o nella sostanza onirica di "In Memory of a Dream", le cui note sembrano disperdersi leggere come frammenti di ricordi portati dal vento. L'eleganza emotiva di "In Limine", il profumo salmastro di "Summer Song" e "Oil on Wood", l'alternarsi di chiaroscuri in "Episode One" e "Maria Callas" conducono alla riflessiva chiusa di "Santiago". Quest'ultima traccia evoca un cammino interiore, un pellegrinaggio tra le istantanee sbiadite di estati infinite, verso una personale riconciliazione.
"Summer Portraits" non stravolge la formula che ha reso Einaudi un fenomeno globale, ma la raffina, la veste di nuove sfumature. È un album che si ascolta come si sfoglierebbe un vecchio album fotografico, ritrovando il calore del sole sulla pelle, il sapore del sale, la malinconia dolce di momenti irripetibili. Un'opera curata, che culla e trasporta, confermando la capacità del compositore di dipingere con le note, creando quadri sonori in cui è facile, e piacevole, perdersi.
Tracklist:
- Rose Bay (04:19)
- Punta Bianca (04:12)
- Sequence (06:17)
- Pathos (07:06)
- To Be Sun (05:52)
- Jay (03:12)
- In Memory of a Dream (05:12)
- In Limine (05:52)
- Summer Song (04:19)
- Oil on Wood (04:39)
- Episode One (05:51)
- Maria Callas (05:08)
- Santiago (04:29)


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