Vermeer: il restauro della 'Giovane donna alla spinetta' svela dettagli e datazione. Potrebbe essere l'ultimo dipinto. Analisi critica e scientifica.
[di Mina Jane]
Il restauro della 'Giovane donna seduta alla spinetta' non solo restituisce la luce originale ma, grazie a particelle inquinanti, riscrive la cronologia dell'opera tarda del maestro, svelandone forse l'atto finale.
Ah, Vermeer! Il nome stesso evoca silenzi sospesi, luci impalpabili, un'intimità quasi rubata al tempo. E ora, dal limbo delle vernici ossidate e dei ritocchi maldestri, riemerge, quasi sussurrando, quella che potrebbe essere l'ultima pennellata del maestro di Delft: la 'Giovane donna seduta alla spinetta'. Un restauro, condotto da David Bull, ci restituisce non solo la pittura, ma un frammento di storia, una verità quasi perduta.
Hanno tolto le nebbie del tempo, le sovrapposizioni, e cosa vediamo? La luce originale, quella luce che solo Vermeer sapeva catturare, i valori tonali, i riflessi sui tessuti che sembrano respirare. Ma la vera rivelazione, quasi un messaggio in bottiglia dal XVII secolo, sono quelle particelle di feldspato, polvere impalpabile della produzione ceramica di Delft, intrappolate tra gli strati di colore. L'inquinamento atmosferico dell'epoca che diventa strumento di datazione! La scienza che si fa ancella dell'arte, o forse sua giudice implacabile. Ci dicono che la composizione base risale al 1670-72, ma lo scialle giallo, quel tocco di moda o forse di classicità come suggerisce Wheelock, fu aggiunto dopo, forse dopo il '72, forse su richiesta di un committente ignoto, rendendo quest'opera l'estremo sospiro artistico di Vermeer prima della morte nel dicembre 1675.
E la tela? La stessa de 'La Merlettaia', un legame materico che rafforza l'autenticità faticosamente riconquistata dopo dubbi decennali, fugati solo dalle analisi del 2004 e ora ulteriormente cementati. Quest'opera, l'unico Vermeer ancora gelosamente custodito in mani private – quelle della Leiden Collection di Thomas Kaplan – ci guarda ora con un'espressione più "amichevole", dicono. Hanno liberato le labbra, le sopracciglia, da ciò che non era Vermeer, come voleva Kaplan: "Voglio vedere l'artista, non il restauratore perché il restauro non è resurrezione, ma svelamento". E qui si svela la tecnica tarda, il processo creativo finale , le somiglianze con altre opere tarde notate da Cornelis. Certo, la scienza aiuta, fornisce dati oggettivi, ma alla fine è l'occhio, quello allenato alla bellezza e alla storia, che deve riconoscere la mano del maestro. E in questa 'Giovane donna', ora esposta all'Amsterdam, H'ART Museum, una cornice d'epoca più consona, ritroviamo quella magia sottile, quella capacità unica di trasformare un istante quotidiano in eternità. Un'ultima nota, un ultimo sguardo prima del silenzio.
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