Rimettere mano al passato. L'intelligenza artificiale e la tentazione di completare i capolavori incompiuti

L'IA ricostruisce i film classici: arte, restauro o profanazione? Dal Mago di Oz agli Amberson di Welles, il dibattito è aperto.

Dal Mago di Oz alla visione perduta di Orson Welles: l'IA apre un cantiere dentro la storia del cinema, e divide il mondo della cultura.

[di Massimo Righetti]

The Wizard of Oz - The Sphere

Immaginate di entrare in una sala buia e ritrovarvi dentro un film che avete già visto decine di volte, eppure non è lo stesso film. Le inquadrature si dilatano, nuove scene appaiono dove c'era solo assenza, i volti degli attori morti da decenni tornano a muoversi in pose che non hanno mai assunto. Non state sognando. È quello che sta succedendo, adesso, all'incrocio tra intelligenza artificiale e memoria cinematografica. Qualcosa per cui non abbiamo ancora un nome.

Nell'agosto del 2025, The Sphere di Las Vegas ha aperto le porte a una versione del Mago di Oz del 1939 potenziata dall'IA: nuove performance generate algoritmicamente, visuals inediti, il tutto adattato a un display interno da 160.000 piedi quadrati. Più di 2,2 milioni di biglietti venduti. Il pubblico ha risposto con entusiasmo. La critica, con qualcosa di più vicino all'orrore.

Il mercato ha già scelto, e lo ha fatto veloce. E adesso, con I Magnifici Amberson di Orson Welles nel mirino di un progetto ancora più ambizioso, la domanda non è più se l'IA toccherà i classici del cinema. È fino a dove si spingerà e soprattutto, chi avrà il diritto di fermarla.

Il fantasma di Orson Welles

i magnifici amberson
C'è un film che non esiste, ma che ossessiona cinefili e storici da oltre ottant'anni. I Magnifici Amberson, girato da Welles nel 1942, fu sottratto al regista dalla RKO, tagliato di oltre un'ora, rigirato parzialmente contro la sua volontà e poi privato delle scene originali, fisicamente distrutte. Quello che rimane, pur straordinario, è un frammento di qualcosa di più grande. Welles parlò per decenni del finale che aveva immaginato. La versione che avrebbe voluto non l'abbiamo mai vista.

O forse sì.

Edward Saatchi, fondatore di Fable Studios e imprenditore dell'IA generativa, ha avviato un progetto per ricostruire proprio quelle scene perdute. Al suo fianco c'è Brian Rose, filmmaker che aveva già trascorso anni a ricostruire il film perduto attraverso l'animazione, prima che la tecnologia diventasse abbastanza sofisticata da offrire qualcosa di diverso. "L'unica cosa che non avevo previsto," racconta Rose, "era quanto velocemente sarebbe arrivata."

Il metodo è meticoloso: riprese reali con attori in carne e ossa che ricreano le inquadrature mancanti, documentate nella cosiddetta cutting continuity, un documento tecnico che descriveva ogni raccordo del montaggio originale. Quelle performance verranno poi sovrapposte, tramite IA, ai volti e alle movenze degli attori originali. Il tutto senza il coinvolgimento diretto della Warner Bros., che detiene i diritti, e senza, almeno inizialmente, aver consultato il patrimonio di Welles.

Il peso del consenso (e della sua assenza)

Beatrice Welles, figlia del regista e responsabile del suo lascito, ha rotto il silenzio con parole che pesano: "Come la maggior parte delle persone, sono piuttosto terrorizzata dall'IA e in molti modi vorrei che non fosse mai stata inventata." Eppure ha aggiunto qualcosa di più sfumato: riconosce che Fable Studios si avvicina al progetto con rispetto genuino verso il padre, e solo per questo è grata.

È in questo spazio ambiguo che vive tutta la questione. Saatchi stesso non si sottrae alla contraddizione: "Anche questo, che sento chiaramente fatto con le migliori intenzioni, contiene cose eticamente indifendibili." Generare nuove performance usando la somiglianza di attori morti, senza il loro consenso, è qualcosa per cui, dice, non esiste una giustificazione vera "se non che è l'unico modo per farlo."

Daniel Roher, regista e premio Oscar, non usa mezzi termini. Intervenire su opere di artisti che non hanno avuto voce in capitolo è, per lui, un uso distopico, egoista e postmoderno della tecnologia. L'immagine che evoca è lapidaria: sarebbe come entrare nella Cappella Sistina e decidere di ritoccare qualche dettaglio del soffitto, giusto per adeguarlo ai gusti del nuovo secolo.

Un fantasma utile: la colorizzazione

Non è la prima volta che Hollywood si trova a navigare queste acque. Negli anni Ottanta, la moda della colorizzazione dei film in bianco e nero scatenò un dibattito simile. Il critico Vincent Canby, sul New York Times del 1986, scrisse che il processo dissacrava i classici, perché nessuno dei creatori originali aveva avuto voce in capitolo in quella revisione artistica. Canby aveva ragione, e la pratica morì in fretta.

Ma il professor Charles Acland, studioso di teoria culturale alla Concordia University, avverte che il confronto regge solo fino a un certo punto. "La colorizzazione non aveva lo stesso impatto sociale ed economico travolgente dell'IA generativa. C'è molto di più in gioco nel decidere cosa siamo disposti ad accettare e valorizzare." L'IA non è solo uno strumento visivo: è un'infrastruttura che si muove alla velocità del denaro, molto più rapida di qualunque dibattito culturale.

C'è anche un argomento più sottile, che Acland porta all'attenzione: il taglio della RKO, per quanto imposto contro la volontà di Welles, è oggi parte della sua storia. "Il fatto che lo studio abbia insistito su un finale felice e abbia sottratto il film a Orson, beh, quella è parte della storia di Orson Welles, e rende il film interessante da guardare proprio nei suoi componenti difettosi." Correggere il passato, in questa lettura, non lo nobilita: lo svuota.

La domanda che rimane

Charles Foster Kane - Orson Welles
Eppure i numeri esistono, e parlano chiaro. Più di due milioni di persone hanno visto The Wizard of Oz alla Sphere, molte di loro probabilmente non avrebbero mai acceso un film in bianco e nero su Netflix. È una funzione culturale reale, anche se ottenuta con mezzi discutibili. Saatchi ne è consapevole, e traccia una distinzione netta tra quel progetto commerciale e quello che lui chiama un esercizio accademico: restituire, nei limiti del possibile, la visione di un artista a cui quella visione era stata sottratta con la forza. "È una svolta cinematografica terribile che stiamo cercando in qualche modo di riparare," dice. E in quella parola, riparare, sta tutto il problema, e forse anche tutta la speranza.

Nel 1986, Canby aveva previsto con ironia che, a quel ritmo, avremmo presto visto "un giovane Charles Foster Kane con i capelli arancioni." Oggi quella battuta suona quasi tenera. Kane potrebbe davvero tornare, con una fedeltà tecnica che nessuno avrebbe osato immaginare. Ma fedele a cosa, esattamente? A una visione che appartiene a un uomo morto, reinterpretata da algoritmi addestrati su materiali che lui non ha mai autorizzato? O, al contrario, un atto d'amore verso qualcosa che la storia ha ingiustamente spezzato?

L'IA non risponde a questa domanda. La pone, e ci lascia soli davanti alla risposta.

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