Lilly Wachowski trent'anni dopo Bound: Il sistema soffoca il cinema queer e trans

Lilly Wachowski a Tribeca. I suoi nuovi film non si producono: "Si crea un ecosistema in cui il fascismo prospera."

A trent'anni da Bound, la regista di The Matrix denuncia i meccanismi che bloccano le sue sceneggiature e il cinema delle minoranze. 

[di Redazione]

Bound

"La prima inquadratura è un armadio." Trent'anni fa Lilly Wachowski e sua sorella Lana debuttavano con Bound, un noir lesbico che nessuno si aspettava e che quasi nessuno aveva voluto finanziare. Trent'anni dopo, al Tribeca Film Festival per la proiezione celebrativa del film, Wachowski ha rilasciato a IndieWire una delle interviste più dense dell'anno, non solo su Bound, ma sullo stato dell'industria cinematografica, sui suoi nuovi progetti bloccati, e su cosa significhi oggi fare cinema da una posizione queer e trans.

"L'ecosistema in cui il fascismo prospera"

L'ultimo film diretto da Lilly Wachowski è Jupiter Ascending, uscito nel 2015. Da allora ha scritto, sviluppato, tentato e si è scontrata sistematicamente con porte chiuse. "Ho scritto due sceneggiature", ha dichiarato a IndieWire. "Una con la mia attuale partner Mickey Mahoney, un political thriller su una sorta di resistenza underground trans che si chiama The Hunted. E un adattamento di un fumetto che si chiama Cosmonauts. Non siamo riusciti a farli produrre."

A questi si aggiungono i tentativi di adattare due romanzi trans di grande risonanza, Manhunt di Gretchen Felker-Martin e Confessions of the Fox di Jordy Rosenberg, rimasti anch'essi senza sviluppi concreti. Più di recente, Wachowski è stata sostituita da Kris Swamberg alla regia di Trash Mountain, con Zooey Deschanel e Jacki Weaver, quello che avrebbe dovuto essere il suo primo lungometraggio come regista solista.

La spiegazione che offre non è personale. È sistemica. "Mi sembra che l'industria sia un microcosmo di quello che sta succedendo nel mondo: la concentrazione della ricchezza, la consolidazione corporativa che si sta vedendo. Si sta creando un ecosistema in cui il fascismo può prosperare, e in quell'ecosistema le storie queer, trans, nere e di colore sono tutte sul banco dei sacrifici." E poi: "Continuo a cercare di spingere contro le porte che sono state chiuse, e continuerò a farlo. Ma penso che molto di quello che deve accadere è questo: dobbiamo cominciare a creare nuove forme e nuove infrastrutture di base per esibire il lavoro queer, trans, nero e di colore."

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La pillola rossa e il furto del simbolo

Nell'intervista, Wachowski torna anche su un tema che la accompagna da anni: l'appropriazione della pillola rossa di The Matrix da parte dell'estrema destra americana. Il concetto, centrale nel film del 1999, concepito dalla regista e da sua sorella Lana come allegoria della transizione di genere e del rifiuto di un'identità imposta, è diventato nel corso degli anni uno dei simboli più usati dal movimento MAGA e dalla cultura incel online.

"L'ideologia di destra si appropria assolutamente di tutto", aveva dichiarato in un'intervista rilasciata alla fine del 2025 al podcast So True with Caleb Hearon. "Mutano i punti di vista di sinistra per farne propaganda, per oscurare qual è il messaggio reale. Questo è quello che fa il fascismo." Sul fatto di non riuscire a controllare le interpretazioni della propria opera, Wachowski è diretta: "Devi lasciare andare il tuo lavoro. Le persone lo interpreteranno come vogliono interpretarlo. Guardo tutte le teorie folli intorno ai film di The Matrix e le ideologie folli che quei film hanno contribuito a creare e mi viene da dire: 'Cosa state facendo? No! È sbagliato!' Ma devo lasciarlo andare in una certa misura."

Bound, trent'anni dopo

L'occasione dell'intervista è la retrospettiva di Bound al Tribeca Festival, proiezione e reunion del cast, a trent'anni dall'uscita del film che aveva segnato il debutto delle sorelle Wachowski. Con Gina Gershon e Jennifer Tilly nei ruoli principali, Bound è oggi considerato un classico del cinema queer e un esempio precoce di regia femminile nel genere noir. Wachowski, che nel 2016 ha reso pubblica la propria transizione di genere, lo guarda oggi con occhi diversi: "La prima inquadratura è un armadio", ripete. Non è nostalgia. È la constatazione che quella storia, l'uscita dall'armadio, la liberazione da un'identità imposta, la scelta della propria vita, era già lì, visibile per chi sapeva guardare, trent'anni fa.

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