Bufera alla Berlinale: le frasi di Wim Wenders su politica e cinema scatenano polemiche. Il festival difende il diritto degli artisti.
Dopo le polemiche sulle dichiarazioni del presidente di giuria e le pressioni mediatiche sui cineasti, la direzione risponde con un lungo comunicato: "Il cinema parla attraverso le opere, non siamo politici".
[di Alex M.Salgado]
I primi giorni della Berlinale sono state scossi da un turbine di polemiche che ha investito il festival oscurando parzialmente il dibattito prettamente cinematografico. Al centro del ciclone si trovano la giuria e il suo presidente, Wim Wenders, finiti nel mirino della critica per alcune dichiarazioni rilasciate durante la conferenza stampa di apertura. Rispondendo a una domanda diretta sul conflitto Israele-Gaza durante l'incontro inaugurale, il regista tedesco ha tracciato una linea di demarcazione netta, quasi filosofica, che molti hanno trovato stridente con l'attuale clima geopolitico. Wenders ha affermato perentoriamente che i cineasti "devono stare fuori dalla politica". Ha poi rincarato la dose, definendo il ruolo dell'artista non come complementare, ma antitetico a quello istituzionale: "Siamo il contrappeso della politica, l'opposto della politica; dobbiamo fare il lavoro delle persone, non il lavoro dei politici".
Questa presa di posizione, intesa forse come una difesa dell'autonomia artistica, è stata recepita da molti osservatori come un distacco inaccettabile di fronte alle urgenze del presente e ha innescato una reazione a catena, sorprendendo molti osservatori e portando l'autrice Arundhati Roy a cancellare la sua visita al festival, accompagnata da una dura reprimenda. La tensione si è riversata anche sugli altri ospiti della kermesse: attori e registi si sono trovati costantemente incalzati dai giornalisti con domande su questioni geopolitiche riguardanti gli Stati Uniti, il Medio Oriente o la Germania stessa. Il rifiuto di molti di fornire risposte dirette ha ulteriormente infiammato gli animi sui social media e tra gli addetti ai lavori, trasformando il silenzio stesso in un argomento di discussione. Si è arrivati al punto in cui si discute se Neil Patrick Harris debba condannare l'ICE, se Michelle Yeoh abbia bloccato le domande politiche o se Rupert Grint sia stato costretto a dichiararsi contro il fascismo.
Di fronte a questo scenario, la Berlinale ha scelto di intervenire con fermezza. Attraverso un comunicato ufficiale e una lunga riflessione firmata dalla direttrice Tricia Tuttle intitolata On Speaking, Cinema and Politics, il festival ha preso le difese dei suoi cineasti. Tuttle rivendica la libertà degli artisti di esercitare il proprio diritto di parola in qualsiasi modo scelgano, incluso il diritto di tacere. "Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival su cui non hanno alcun controllo", scrive la direttrice, sottolineando l'irragionevolezza della pretesa che essi debbano esprimersi su ogni singola questione politica sollevata, a meno che non lo desiderino.
La critica mossa da Tuttle riguarda l'attuale ecosistema mediatico, dove i registi vengono biasimati se non rispondono, oppure criticati se le loro risposte non coincidono con le aspettative di chi ascolta. Diventa problematico pretendere che pensieri complessi vengano compressi in brevi "sound bite" davanti a un microfono. Secondo la direzione, i cineasti stanno già parlando costantemente: lo fanno attraverso il loro lavoro. Il programma di quest'anno, che conta 278 film, offre una molteplicità di prospettive, affrontando temi cruciali come il genocidio, la violenza sessuale in guerra, la corruzione, il patriarcato, il colonialismo e l'abuso di potere statale.
La riflessione evidenzia come alcuni film esprimano una politica con la "p" minuscola, esaminando le dinamiche di potere nella vita quotidiana, mentre altri affrontino la Politica con la "P" maiuscola, interrogando governi e istituzioni. Entrambi gli approcci rappresentano una scelta legittima. Ciò che unisce i registi presenti a Berlino, inclusi coloro che rischiano la prigione o l'esilio per le loro posizioni, è un profondo rispetto per la dignità umana. La Berlinale respinge dunque l'accusa di indifferenza verso le sofferenze globali, ribadendo che il compito primario dell'artista resta la creazione e la provocazione del pensiero attraverso il cinema, senza l'obbligo di trasformarsi in portavoce per ogni crisi mondiale.
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