Warner-Paramount, nuova puntata: accordo, niente processo

Fusione Paramount-Warner: accordo con 12 stati, 30 film l'anno in sala e niente processo. Bonta rinuncia ai rimedi strutturali.

Dodici stati ritirano la causa antitrust: trenta film l'anno garantiti, nessuna cessione di CNN. Bonta voleva rimedi strutturali, firma promesse sorvegliate.

[di Alex M. Salgado]

Warner-Paramount, nuova puntata: accordo, niente processo

L'articolo precedente si chiudeva su un tribunale di Oakland chiamato a decidere, nel silenzio, che forma avrà Hollywood nel prossimo decennio. Quel tribunale non deciderà niente. Lunedì 21 settembre, a Los Angeles, il procuratore generale della California Rob Bonta ha annunciato in conferenza stampa l'accordo con Paramount Skydance. I dodici stati che avevano fatto causa per bloccare l'acquisizione di Warner Bros. Discovery, circa 110 miliardi di dollari, depongono le armi. Anche la Writers Guild of America chiude la sua causa. Il processo fissato per marzo 2027 salta. La partita si è chiusa al tavolo, come Bonta stesso diceva di preferire. Resta da vedere cosa c'era sul tavolo.

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Trenta film l'anno per contratto: cosa prevede l'accordo Paramount-Warner

L'accordo, che il giudice deve ancora approvare, dura cinque anni. La società nata dalla fusione dovrà portare in sala almeno trenta film l'anno nei primi due anni, di cui venti in uscita nazionale ampia. Nei tre anni successivi salgono a trentadue, di cui ventuno ampi. Ogni anno almeno quattro titoli dovranno essere indipendenti.

Secondo il testo riportato da The Hollywood Reporter, un quinto dei film dovrà superare i cinquanta milioni di budget. Ogni titolo resterà in esclusiva nelle sale per almeno quarantacinque giorni, e lo streaming in abbonamento arriverà non prima di novanta. Per ogni film mancante la società verserà trenta milioni ai fondi sanitari e pensionistici dei sindacati di Hollywood e dovrà cedere la sua quota del 49% in Miramax.

Poi ci sono i soldi. Un miliardo e mezzo di spesa produttiva americana in più rispetto al 2025, un fondo da 47,5 milioni per i lavoratori espulsi dalla fusione e un controllore indipendente che vigila su tutto.

I canali via cavo dei due gruppi dovranno trattare con i distributori come se fossero ancora aziende separate. Chi sgarra rischia la vendita forzata. Per CNN e CBS News nasce un comitato per l'indipendenza editoriale: cinque giornalisti con almeno dieci anni di mestiere, mai più di due dello stesso partito. Li nomina il consiglio di amministrazione di Paramount. Sì, proprio quello.

La clausola più curiosa riguarda il fisco. Oggi Paramount gira negli Stati Uniti appena il 5% circa dei suoi film: il resto si produce all'estero, dove gli incentivi pubblici rendono le riprese più convenienti. L'accordo prova a invertire la rotta, ma a una condizione. Se Washington approverà un credito d'imposta federale di almeno il 20%, cioè uno sconto fiscale per chi gira sul suolo americano, la quota di produzione negli Stati Uniti dovrà salire al 20% nei primi due anni e al 30% nei tre successivi. Se a quello federale si aggiungerà un incentivo senza tetto di spesa in California o a New York, la soglia salirà al 40%. Bonta ha già annunciato che si batterà per togliere il tetto al credito californiano. Paramount riporterà quindi i set in patria soltanto se lo Stato le pagherà una parte del conto.

Rimedi strutturali o comportamentali: la giravolta di Bonta

Ad agosto Bonta spiegava in televisione che gli impegni scritti, i cosiddetti rimedi comportamentali, si erano dimostrati inefficaci in passato. Servivano rimedi strutturali: cessioni, scorpori, pezzi di azienda venduti. Un mese dopo ha firmato un accordo fatto quasi solo di promesse sorvegliate. Nessuna cessione di canali. Nessuna separazione di CNN.

Gli studios di Burbank e di Melrose Avenue non potranno essere venduti né chiusi, e qui finisce la protezione. Nessuna clausola obbliga Paramount a girare in California, dopo mesi di minacce di trasloco in Texas o in Tennessee che Bonta aveva definito un ricatto. Oggi il procuratore precisa che l'accordo non equivale a un voto favorevole alla fusione. Sulla carta è vero. Nei fatti, la fusione passa.

Il fronte degli stati non era compatto. New York, Connecticut, Minnesota e Nevada hanno ceduto solo domenica sera. William Tong, procuratore del Connecticut, voleva la cessione di CNN e CBS News e si dice profondamente deluso. Alvaro Bedoya, commissario fino al 2025 della FTC (l'autorità federale per la concorrenza), accusa i miliardari di aver comprato, censurato e intimidito per arrivare in cima. Perfino a Wall Street si sono stupiti di condizioni tanto morbide.

I sindacati, dalla IATSE alla SAG-AFTRA, invece applaudono: per chi lavora sui set, trenta film garantiti pesano più di un principio antitrust. E Paramount ripete la sua tesi, che senza massa critica non si compete con Netflix, Amazon e Apple.

Resta il tassametro. La penale contrattuale di circa sette milioni al giorno, dovuta agli azionisti Warner in caso di ritardo, scatta il 1° ottobre. David Ellison ha scritto ai dipendenti che per chiudere serviranno circa due settimane. Qualche giorno di penale, forse, lo pagherà comunque.

Perché seguiamo la fusione Paramount-Warner fino all'ultima puntata

Luci sulla Scena segue questa vicenda da mesi, e continuerà a farlo dopo la firma. Questa fusione decide quanti film americani arriveranno nelle sale del mondo, con quali tempi, dentro quali cataloghi. E oggi introduce un modello: la produzione di una major fissata da un atto giudiziario, con quote, soglie di budget e multe per ogni film mancante. Nessuno l'aveva mai scritto così.

Per lo spettatore italiano la notizia ha un volto concreto. Due listini diventano uno. Trenta titoli l'anno garantiti che, con ogni probabilità, attraverseranno l'Atlantico. Una finestra di quarantacinque giorni scritta in un documento firmato davanti a un giudice. Per le sale, italiane comprese, è una certezza rara. Per chi temeva cartelloni svuotati, un argine. Almeno per cinque anni.

Poi arriverà il 2031, e nessun giudice conterà più i film. Il pezzo di agosto diceva che il vero spettacolo si recitava dietro le quinte. Lo spettacolo si è chiuso prima del terzo atto, con un accordo firmato fuori scena. Il seguito, come sempre a Hollywood, dipenderà dagli incassi.

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