Recensione di Coyote vs. Acme di Dave Green, in sala dal 2 settembre con Lucky Red. Slapstick di precisione con Will Forte e John Cena.
La commedia in tecnica mista con Willy il Coyote, Will Forte e John Cena, cancellata da Warner nel 2023 e salvata da Ketchup Entertainment, arriva nei cinema italiani distribuita da Lucky Red
[di Massimo Righetti]
Dal 2 settembre Lucky Red porta finalmente in sala Coyote vs. Acme, la commedia in tecnica mista diretta da Dave Green su soggetto di James Gunn, Jeremy Slater e Samy Burch, sceneggiata dalla stessa Burch. Il film esce negli Stati Uniti quattro giorni prima, il 28 agosto, distribuito da Ketchup Entertainment: un'uscita che, per chi ha seguito il caso, ha il sapore di un piccolo miracolo industriale. Prodotto da Warner Animation Group con la Troll Court Entertainment di Gunn e Keylight Pictures, settanta milioni di budget e nel cast Will Forte, John Cena e Lana Condor sul fronte live-action, il film era stato completato nel 2022 e cancellato nel novembre 2023 da Warner Bros. Discovery per uno sgravio fiscale da trenta milioni, sulla scia di quanto già fatto con Batgirl nel 2022. Poi la rivolta di autori, cast e appassionati, e la salvezza per mano di Ketchup nel marzo 2025 per cinquanta milioni.
Willy il Coyote fa causa alla multinazionale
Il soggetto arriva dritto da un racconto di Ian Frazier pubblicato sul New Yorker nel febbraio 1990: Willy il Coyote, esasperato, denunciava ottantacinque incidenti causati dai prodotti della Acme e chiedeva risarcimento per lesioni personali e sofferenza mentale. Il film raccoglie la premessa allargandola in una macchina giudiziaria vera. Ad accettare la causa è Kevin Avery, avvocato in caduta libera scovato attraverso uno spot notturno per incidenti da cartone animato, interpretato da Will Forte. Il suo studio Avery, Jones & Maltese, omaggio non citato ma limpido a Tex Avery, Chuck Jones e Michael Maltese, sceneggiatore dei sedici cortometraggi originali della coppia a partire da Fast and Furry-ous del 1949, si occupa proprio di infortuni Looney Tunes, di solito chiudendo con accordi ridicoli rispetto ai danni. Willy vuole invece un processo vero. Dall'altra parte del banco siede Buddy Crane, avvocato della Acme interpretato con evidente divertimento da John Cena, e, al vertice della multinazionale, in una delle inversioni più riuscite del film, troneggia Foghorn Leghorn, gallo colossale in doppio petto e voce da consiglio di amministrazione. Il giudice ha il volto di Luis Guzmán. Lana Condor completa il triangolo umano nei panni di Paige, nipote di Kevin.
Il film che la Acme non voleva farvi vedere
Il claim promozionale coincide letteralmente con la storia produttiva, e questa coincidenza è il vero cuore concettuale dell'operazione. Il logo Warner in apertura è seguito da un cartello che informa lo spettatore di trovarsi davanti a "una sussidiaria interamente controllata dalla Acme Corporation": la battuta era già nel montaggio del 2023, prima che David Zaslav decidesse per lo sgravio. La satira aveva anticipato la realtà, e la realtà si è premurata di confermare la satira. Il parallelo tra un coyote pestato per profitto e un film pestato per profitto era servito su un vassoio, e Green resiste alla tentazione di sottolinearlo troppo: il riferimento resta in secondo piano, mai gridato, mai declamato. Materiale che a un altro regista sarebbe scivolato in trionfalismo, qui viene consegnato allo spettatore senza didascalie.
Le leggi di Chuck Jones e la benedizione degli eredi
La cura filologica è il secondo asse portante del film. Green e il montatore Carsten Kurpanek lavorano nel rispetto letterale, non citato, delle "regole" che Chuck Jones aveva codificato per la coppia: ambientazione nel deserto del sud-ovest, Willy il Coyote muto se non attraverso cartelli scritti, dolore prodotto esclusivamente dalla gravità e dai prodotti Acme, mai da Beep Beep. Kurpanek ha adottato una tecnica di sketchviz, disegni in bianco e nero delle pose chiave sovrapposti al rough edit, poi consegnati agli animatori 3D come vincolo di stile per impedire la deriva realistica. Il risultato è uno slapstick che tiene il ritmo dei cortometraggi originali senza copiarli. Non a caso Linda Jones Clough e Craig Kausen, figlia e nipote di Chuck Jones, hanno visto il film in proiezione e se ne sono detti innamorati; Clough ha aggiunto che il film smentisce lo scetticismo del padre sulla possibilità di sostenere un lungometraggio con Willy il Coyote e Beep Beep. Un imprimatur familiare non da poco, per un progetto che sul rispetto della tradizione ha giocato una parte importante della propria credibilità.
Uno slapstick preciso, con qualche sbavatura tecnica
Il film funziona meglio di quanto la sua storia produttiva potesse lasciar sperare, e funziona su due livelli: intrattenimento fisico per chi cerca esplosioni e marchingegni, satira aziendale per chi coglie sotto lo slapstick la critica alla finta etica delle corporation. La scrittura di Samy Burch orchestra la macchina giudiziaria con la stessa precisione con cui i cortometraggi originali orchestravano le trappole: ogni cospirazione ha il proprio Rube Goldberg, ogni prodotto Acme la propria backfire coreografata. La colonna di Steven Price gioca con l'archivio, un coro di "Beep Beep" sovrapposto a Čajkovskij, un brano di DJ Shadow e Run the Jewels censurato con un 'Beep' al posto delle parolacce per mantenere il rating PG. Restano due riserve, da dirsi per onestà. La resa 3D dei personaggi animati, pur mediata dallo sketchviz, non raggiunge la magia tattile che una tecnica 2D tradizionale avrebbe garantito, soprattutto rispetto al parametro assoluto del genere ibrido. E il secondo atto imbocca una sottotrama di cospirazione aziendale che dilata i tempi e sposta momentaneamente il baricentro dal percorso emotivo di Willy il Coyote alla meccanica del thriller. Note a margine di un film che nel complesso tiene, e tiene bene.
Verso l'uscita, appuntamento in sala il 2 settembre
La vera vittoria di Willy il Coyote, in fondo, riguarda la tenacia di continuare a lottare fino a vedere la propria storia raccontata sul grande schermo. La cattura di Beep Beep, quella, era solo il pretesto. Il paradosso è che il film a lui dedicato ha dovuto seguire lo stesso identico copione, cadere, rialzarsi, riprovare, per arrivare in sala. E l'attesa di tre anni, va detto, il film la ripaga in pieno. In Italia il film arriva ora con la responsabilità di essere non soltanto una storia industriale interessante, ma un buon film di intrattenimento. Che sia entrambe le cose, in proporzioni diverse a seconda di chi guarda, è probabilmente il compimento più elegante di questa storia. Appuntamento in sala mercoledì 2 settembre.
That’s all Folks!
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