Lo schiaffo di Will Smith, il Primo Emendamento e il tour stampa di Lucky: la difesa di Aunjanue Ellis-Taylor
Ellis-Taylor difende lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock nel podcast del Daily Beast. Il timing coincide con il finale di Lucky su Apple TV+.
La co-protagonista di King Richard dice al podcast del Daily Beast che il Primo Emendamento "non deve proteggere gli stronzi". L'intervista esce a sei giorni dal finale della sua nuova serie Apple TV+.
[di Massimo Righetti]
"Non credo che il Primo Emendamento debba necessariamente proteggere gli stronzi." Leggo il quote di Aunjanue Ellis-Taylor, ospite del podcast Obsessed del Daily Beast, e capisco in dieci secondi due cose: la prima è che questa frase girerà su tutti i siti del pianeta entro poche ore. La seconda è che molti di quei siti non penseranno al calendario. Il calendario è che l'intervista è uscita il 13 agosto 2026, sei giorni prima del finale della miniserie in cui Ellis-Taylor recita, Lucky, su Apple TV+. Il gap tra il quote virale e la ragione industriale per cui il quote esce ora è tutto il pezzo.
Cosa ha detto Ellis-Taylor sullo schiaffo di Will Smith
Nominata nel 2022 come Miglior Attrice Non Protagonista per la sua Oracene ‘Brandi’ Price in King Richard, Ellis-Taylor era in sala quella sera in cui Will Smith è salito sul palco, ha schiaffeggiato Chris Rock e ha vinto pochi minuti dopo la statuetta per il miglior attore. Il ban decennale dall'Academy è arrivato in seguito, la battuta di Rock su Jada Pinkett Smith e la sua alopecia è nella memoria pubblica, il resto è cronaca dell'era post-cerimoniale.
Quello che dice Ellis-Taylor a Obsessed è che Smith voleva proteggere sua moglie e che lei sta con lui in quella scelta. Poi allarga: il Primo Emendamento non è una carta bianca. "Vengo dal Mississippi, e la gente ha usato la protezione del Primo Emendamento per difendere la bandiera confederata. So cos'è la valorizzazione a scatola chiusa del Primo Emendamento. Non ci casco. Come minimo va fatta una distinzione, e non lo puoi usare come scusa per fare del male a qualcuno.". C'è dentro l'articolo un secondo tema, che è l'elogio a Smith come compagno di lavoro. L'attore pagò di tasca sua il raddoppio del cachet a Ellis-Taylor e al resto del cast; non è una notizia nuova ma torna utile alla narrazione. Il ritratto è quello del divo protagonista che non si comporta da divo protagonista, e questa, dice lei, è cosa rarissima nel mestiere.
La questione del Primo Emendamento e il ponte italiano
Un lettore italiano che si trovi davanti al ragionamento di Ellis-Taylor deve tenere a mente una cosa: il Primo Emendamento americano è un dispositivo giuridico diverso dall'Articolo 21 della Costituzione italiana. Da noi la libertà di manifestazione del pensiero convive costituzionalmente con il limite del "buon costume" e opera dentro un ordinamento che vieta esplicitamente l'apologia del fascismo (legge Scelba, 1952) e la propaganda razzista (legge Mancino, 1993). Il paragone con la bandiera confederata è potente per il pubblico statunitense, negli Stati del Sud il vessillo è oggetto ancora oggi di controversie giudiziarie continue sulla base del First Amendment, ma nel dibattito italiano il corrispettivo più prossimo sono i saluti romani e i simboli fascisti, che qui hanno da settant'anni un perimetro giuridico. Insomma: quando Ellis-Taylor dice che il Primo Emendamento non deve proteggere "gli stronzi", sta dicendo qualcosa che, tecnicamente, in Italia è già stato deciso a livello di ordinamento. Il che rende la frase più affascinante come dichiarazione morale che come innovazione giuridica. Detto in altro modo: la posizione che Ellis-Taylor lancia come sfida civile in un podcast di celebrity news, in Italia è materia di manuale di diritto pubblico del secondo anno. Il che non toglie nulla al coraggio della frase, negli Stati Uniti quella frase è dirompente, e va detto, ma serve a ricordare che il perimetro delle libertà d'espressione non lo si ridisegna con un applauso di Instagram.
C'è però una cosa che il ragionamento di Ellis-Taylor lascia sul pavimento. Se il criterio per escludere una battuta dalla libertà di parola è che quella battuta faccia male, allora buona parte della stand-up americana degli ultimi cinquant'anni va riscritta. Il Chris Rock di Bring the Pain del 1996 è materiale radioattivo, Richard Pryor va rimosso dai cataloghi. La comicità nera americana in particolare ha una lunga tradizione di roast, di cattiveria calcolata, di battute che dovrebbero far male perché il male è il punto. Ellis-Taylor non lo affronta e non è tenuta a farlo, in fondo è ospite di un podcast a sei giorni dal finale della sua serie, non a un convegno di filosofia morale. Ma il fatto che la sua premessa etica venga applaudita a scatola chiusa dagli stessi siti che due settimane fa esaltavano gli special di Bill Burr dice qualcosa sul livello attuale del dibattito, e non è una cosa carina da dire.
Il timing dell'intervista e la macchina PR del Daily Beast
E qui arriviamo alla parte che nessuna rivista online di intrattenimento ha voglia di raccontare. Il Daily Beast è la testata che a metà luglio ha recensito Lucky "uno standout indiscusso del 2026". Il 13 agosto lo stesso Daily Beast pubblica l'articolo che rilancia l'intervista a Ellis-Taylor nel podcast del Daily Beast, con il finale della serie in uscita il 19 agosto sulla piattaforma di Cupertino. Il quote sullo schiaffo di Will Smith è ciò che rende la clip virale con l'audience che arriva per lo schiaffo e resta per il ricordo di Ellis-Taylor come agente FBI Billie Rand nella miniserie creata da Jonathan Tropper con Anya Taylor-Joy protagonista.
Non chiamiamolo complotto, la parola complotto è pigra e serve solo a chi non ha voglia di guardare come stanno davvero le cose. Chiamiamolo per quello che è: sincronia industriale. Il Daily Beast possiede il podcast che intervista l'attrice, il Daily Beast recensisce entusiasticamente la serie dell'attrice, il Daily Beast rilancia in prima pagina la clip virale nella settimana del finale. Ognuno fa il proprio mestiere e il mestiere di tutti coincide magicamente con il calendario di Apple TV+. È un cortocircuito così pulito che dovrebbero insegnarlo nei corsi di comunicazione, se solo qualcuno avesse ancora il tempo di ammettere che è un cortocircuito. Le parole di Ellis-Taylor restano sue e restano forti, questo va detto per onestà, ma il fatto che le pronunci lì, in quel podcast, in quella settimana, è una scelta industriale prima di essere una scelta morale. E il pubblico ha diritto di sapere qual è il palco su cui si sta guardando lo spettacolo.
Chris Rock, va aggiunto, dal suo palco, Selective Outrage del 2023, aveva già chiarito che no, non ha perdonato niente. Will Smith è ancora dentro il suo ban decennale dall'Academy, scadenza 2032, e continua a fare film e il pubblico non ha smesso di volerlo vedere. La questione se lo schiaffo sia stato un gesto di protezione o un cortocircuito narcisistico è oggetto di dibattito da tre anni e mezzo, e non si chiuderà con un quote a un podcast pro-Apple nella settimana del gran finale della miniserie.
Resta la frase di Ellis-Taylor sul Primo Emendamento e sugli stronzi. È una buona frase, è una posizione vera, e ha il difetto di tutte le posizioni vere pronunciate al posto sbagliato: che serve più a chi la rilancia che a chi la pronuncia. Il 19 agosto va in onda il finale di Lucky. Il 20 agosto Ellis-Taylor sarà tornata al suo lavoro, che è recitare, e la questione del Primo Emendamento sarà tornata a essere quello che è sempre stata, un problema aperto che nessun podcast promozionale è mai riuscito a chiudere.
Post scriptum, in nome della trasparenza. Ho appena scritto un articolo di duemila parole per denunciare come il Daily Beast abbia usato una dichiarazione morale per promuovere una serie tv. Nel farlo, ho riportato ben 5 volte il nome della serie, la data del finale di stagione, la protagonista e il ruolo dell’attrice intervistata. La sincronia industriale contagia anche chi la smaschera. Lettore avvisato.
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