Con Guccini non se ne va un cantante: se ne va un vocabolario. Tre canzoni per raccontare cosa perdiamo davvero.
Un’elegia laica per Francesco Guccini in tre canzoni. Con lui non se ne va un cantante: se ne va un modo di dire noi.
[di Massimo Righetti]
Una radio che si spegne. Un clic, nel buio. E poi, il silenzio.
Cominciamo dalla fine, che è la maniera sua. Francesco Guccini è morto e neanche noi ci sentiamo tanto bene. La battuta era di Woody Allen, ma oggi suona come se l'avesse scritta lui. Ottantasei anni. Pavana. Una casa di sassi, da sempre scomoda ai taccuini dei giornalisti. Una fortezza di parole. E con lui, adesso, se ne va un vocabolario intero.
Aveva già rotto con la vista, col Novecento e con il mondo. Non toccava una scaletta da anni. Finché stava a Pavana, però, era una specie di garanzia: una radio accesa da qualche parte in Italia. Adesso si è spenta anche quella.
Dio è morto: la rivolta senza armi che non risorge
A quindici anni lo cantavamo con la sicurezza tipica dei quindicenni: se dio muore è per tre giorni e poi risorge. Ci sembrava un contratto firmato con la storia. Il futuro lo avevamo già in mano, la rivolta senza armi era questione di tempo, il mondo che faremo era il tema della prossima settimana.
Poi ci siamo accorti che ai bordi delle strade dio era morto sul serio, e nelle auto prese a rate. Anche se oggi le auto non si prendono più a rate ma in leasing, e il resto ce lo siamo fatto raccontare da altri con parecchio meno stile. Ed è qui che le canzoni smettono di essere canzoni, e diventano la misura esatta delle nostre sconfitte.
Adesso il sospetto è che stavolta i tre giorni non bastino.
La locomotiva e la fiaccola dell'anarchia
Ci siamo alzati in piedi tante volte, alla fine dei concerti, col pugno chiuso quasi per riflesso. Gli eroi son tutti giovani e belli era la formula che autorizzava anche noi a esserlo, per interposta persona, per una sera. Il macchinista di Poggio Renatico non aveva volto né nome, e in quella mancanza di dati ci trovavamo comodi tutti.
Cantavamo la fiaccola dell'anarchia con l'aplomb di chi non aveva mai visto una molotov e non ne avrebbe mai vista una. Oggi la parola anarchia ci imbarazza un po', la nominiamo piano per non passare per zii ubriachi al pranzo di Natale e la locomotiva lanciata a bomba contro l'ingiustizia rischia di suonare come una minaccia più che come un augurio. La canzone è sempre lei. Siamo noi ad essere cambiati, e non tutti in meglio.
I nostri padri, intanto, tornavano dal lavoro fischiettando quella marcia da suicida ferroviario senza sospettare che stessero facendo pedagogia. La facevano, però.
L'avvelenata: la libertà di dirsi tutto e il contrario di tutto
Poi c'era la libertà. E la libertà è un mestiere atroce: la parte più difficile.
Ci siamo esercitati per anni a essere allo stesso tempo io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, protetti dalla sua irriverenza da bancone. Sapevamo benissimo che a canzoni si fan rivoluzioni, no, e proprio per questo potevamo permetterci di leggere Nietzsche all'osteria, parlare pavanese e citare Ginsberg, tenere accesa la stufa di casa e chiedere conto della Praga di Palach, senza dover scegliere l'ordine delle cose.
La cultura la tenevamo a temperatura giusta grazie a lui: mai fredda da vetrina, mai tiepida da salotto. Calda, tipo minestra. Adesso che non c'è più a coprirci le spalle, ognuna di quelle definizioni ci pesa da sola, e neanche tutte insieme ci bastano più.
Cosa se ne va, oggi
Se ne va un modo di pronunciare la parola noi. Una radio nel corridoio. Un vinile che gira in salotto, un padre che rientra fischiettando una locomotiva impazzita senza sapere di star facendo educazione civica.
Se ne va la sinistra che ci portavamo in tasca come un libro tascabile: osteria e biblioteca, dialetto e teoria critica, la stufa di Pavana e la Praga di Palach. Una lingua che non parliamo più tanto bene, e che certi, a essere onesti, hanno smesso proprio di parlare.
Come nella battuta di Allen, non è solo Dio a non sentirsi tanto bene.
Piangerlo, no: si offenderebbe. Meglio rimettersi a scrivere come scriveva lui: con esattezza, con affetto, con quella vena di rabbia che era il modo educato di chiamare la giustizia.
Un clic, nel buio. La radio è spenta davvero. Ma non l'eco: quella no. E sul fondo del bicchiere ci resta la sua divisa, che vale anche per noi: "mi piace far canzoni e bere vino".
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